(Re)Visioni Clandestine #32: Camminacammina

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Atto di fede con inciampo

«E adesso, cominciamo»
(Mel, il sacerdote)

La frase posta in esergo a questo pezzullo, è l’esortazione del sacerdote che annuncia il vero inizio della storia, dopo un breve prologo in cui si sottolinea il carattere di finzione della pellicola. Questo incitamento, però, per molti potrà risultare nefasto, perché da quel momento comincerà un lungo e tortuoso percorso filmico che potrà mettere a dura prova la pazienza degli spettatori. Non è solo per una mera questione di durata, che sfiora quasi le tre ore, ma per il fatto che lo svolgimento di Camminacammina (1983) di Ermanno Olmi può fiaccare l’attenzione per come la vicenda viene narrata. Tempi dilatati e abbondanza di scene che lambiscono il bizzarro assemblano questo “kolossal” rustico che, sfortunatamente per l’autore, non ha ottenuto un buon riscontro di critica e, soprattutto, di pubblico. Tuttavia, anche a distanza di molto tempo, è difficile farne una rivalutazione totale, perché la bontà propositiva che si era prefissata Olmi, rinarrando il pellegrinaggio dei Magi con toni folcloristici, è troppo imperfetta nella realizzazione.

La malasorte che colpì Camminacammina, undicesimo lungometraggio dell’autore bergamasco, si palesò già alla sua prima presentazione. Proiettato fuori concorso al 36º Festival di Cannes, le attese erano altissime, perché Olmi cinque anni prima aveva vinto la Palma d’oro, incantando giuria e platea con l’affettuoso affresco contadino L’albero degli zoccoli (1978). Certamente il confronto con l’opera precedente era inevitabile, ma è pur vero che Olmi, benché avesse perseguito la sua poetica (storie di stampo tradizionale e umile e utilizzo di attori non professionisti), con Camminacammina aveva azzardato una profonda radicalizzazione di tale discorso; e non a caso, dal successivo Lunga vita alla signora (1987), la sua poetica divenne più fruibile, o per utilizzare un termine più popolare, il suo cinema divenne maggiormente “mainstream” (utilizzando a volte attori professionisti). In questa sua undicesima opera, Olmi scelse di mettere la mitica storia dei Magi non solo perché è uno dei più noti e favolosi episodi dei vangeli, ma anche perché rappresenta la faticosa ricerca della fede e della sua conservazione, aspetti portanti del cinema di Olmi. Per ricreare questo leggendario pellegrinaggio, Olmi simula, come appunto sottolinea il breve preambolo, una popolaresca messa in scena, in cui gente di ceto povero si (tra)veste per impersonare i differenti personaggi. Quest’allestimento cinematografico, che ha solo l’alone di Kolossal (durata + argomento biblico), si riallaccia a quelle sacre rappresentazioni medievali denominate “Teatro dei misteri”, realizzate con una scenografia minimale e interpretata da gente comune. Allestimenti atti a dare agli umili fedeli il senso del Sacro in modo semplice e immediato (con un poco di spettacolo). In Camminacammina la Palestina è ricreata nei dintorni di Volterra, e i personaggi parlano il dialetto genuino dell’Italia centrale (escludendo i due Magi stranieri che si esprimono in una lingua misteriosa, senza ausilio di sottotitoli). La scelta di tale folcloristico linguaggio, viene ancor più caricato dalle “imprecazioni” del bambino Rupo e di altri personaggi. L’inciampo di Olmi in questo suo (lungo) cammino, sta nel non essere riuscito a fondere il Sacro con il profano. E in questo caso il profano va inteso come rappresentazione che fa leva sul “volgare”, cioè proveniente dal “rozzo” volgo. E la commistione di scenette amene con argomenti alti non si salda bene. Tale impostazione rustica di Cammincammina ricorda Il Vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini, ma fa tornare alla mente anche Acto de primavera (1963) di Manoel de Oliveira, perché anche in quell’“atto devoto” c’era gente comune che vestiva i panni di una Sacra rappresentazione (nello specifico la Passione di Cristo), ma la differenza è che de Oliveira terminava con immagini di tragedie contemporanee, costruendo un discorso politico.

Roberto Baldassarre

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