Red Moon Tide

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

Il cinema come estasi artistica e contemplazione

Red Moon Tide (2020) – un film che per il suo carattere fortemente epicorico suona meglio nel titolo originale Lúa vermella – segna il debutto del regista galiziano Lois Patiño in un lungometraggio di fiction, anche se il carattere assolutamente straniante dell’opera fa sì che ogni definizione le vada stretta come il mitologico Letto di Procuste. Facente parte di quella sezione del Ravenna Nightmare Festival 2021 che avevamo già visto a proposito di Little Joe, cioè il Nightmare d’Essai (tre titoli che si pongono alla confluenza fra autorialità e genere), è sicuramente il più criptico del terzetto (ma forse anche dell’intero Festival), e quello più vicino alla concezione aulica di cinema d’autore. Per usare un celebre aforisma, Lúa vermella è un indovinello avvolto in un mistero all’interno di un enigma; un film assolutamente alieno rispetto ai canoni stilistici e narrativi tradizionali; un’opera pittorica, per certi versi anti-narrativa e anti-cinematografica che attinge al folklore e alle leggende della Galizia (una regione autonoma a Nord della Spagna, dotata di un proprio dialetto) per mettere in scena una cosmogonia che vive di luce propria; e che – come tipico dei film d’autore più duri e puri – non va capito, ma vissuto, sognato, contemplato come una visione estatica.
Lo stesso Lois Patiño firma soggetto e sceneggiatura – se di sceneggiatura vera e propria si può parlare, ma non in senso dispregiativo, bensì come valore essenziale di un film inequivocabilmente “altro” – ambientando la vicenda in un villaggio di una costa galiziana. Lì il tempo sembra essersi fermato, tutti gli abitanti sono paralizzati – anche se possiamo ancora sentire le loro voci. Voci che parlano di fantasmi, streghe e mostri. Tutti sembrano in attesa di una qualche misteriosa catastrofe, che si verifica in presenza della luna rossa (la “lúa vermella” del titolo), e che sembra collegata all’alzarsi della marea e alla comparsa di un mostro marino: una creatura che probabilmente ha già inghiottito Rubio, un marinaio scomparso di recente in mare. Nel frattempo, tre streghe arrivano nel villaggio per cercare l’uomo disperso.
Dire di più sulla trama è davvero difficile, ma non per evitare spoiler, bensì perché Red Moon Tide è un film dove la storia narrata è ridotta ai minimi termini, quasi non esiste, e dove la diegesi non si capisce e non vuole farsi capire. È un film epicorico, per lo stretto legame con le tradizioni folkloristiche locali di fantasmi e creature varie – tradizioni tanto care al regista, che in Galizia è nato e cresciuto – e interpretato da attori non professionisti, con i loro volti popolari, avvizziti, impassibili, che starebbero bene in certi film di Ermanno Olmi come L’albero degli zoccoli. Una dimensione autoctona accresciuta dall’utilizzo del dialetto galiziano nei dialoghi: che poi non sono veri e propri dialoghi, ma una sorta di voice-over, un flusso di coscienza che proietta nel narrato i pensieri dei personaggi, frasi sparse come epigrammi sfuggenti. Ma è anche un film impressionista, nel senso che vive di impressioni visive e pittoriche – la meravigliosa fotografia è curata dallo stesso Patiño – ed epifanico, poiché è interamente dominato da epifanie di personaggi, creature, mondi che ci appaiono come evocazioni, oltre che fortemente surrealista, nell’accezione più estrema del termine, quasi jodorowskyana.
Volendo trovare un paragone per Red Moon Tide (titolo che aggiunge all’originale l’elemento della “marea”), possiamo citare il Werner Herzog più visionario delle origini, quello di Fata Morgana e Cuore di vetro, ma pure l’Herzog documentarista, tutti film che verosimilmente hanno ispirato Patiño – anche per i personaggi che recitano per sottrazione, quasi sotto ipnosi, e per la rappresentazione di lande desolate dove i protagonisti si muovono come morti viventi (del resto, più volte nel film si parla di fantasmi). Ma c’è anche l’ermetismo di Andrej Tarkovskij, da cui il Nostro sembra riprendere le inquadrature incredibilmente lunghe, il ritmo scandito come una poesia, i movimenti di macchina lentissimi, quasi snervanti, che si risolvono però in un’estasi contemplativa tipica dell’Arte più pura, un’armoniosa fusione tra la perfezione apollinea e il furore dionisiaco, che si amalgamano in una regia visionaria eppure misurata.
La regia alterna momenti quasi documentaristici – i paesaggi, il mare, la riva con le rocce, la diga, i boschi, l’interno del villaggio, la comparsa di vari animali – con squarci più visionari, che confluiscono infine nella lunga parte conclusiva, che è di una bellezza allucinata e commovente. Patiño mette in scena attori non professionisti ripresi all’interno di un vero villaggio, in vere abitazioni, che danno vita a personaggi quasi sempre immobili, quasi in trance, mentre ascoltiamo il loro flusso di pensieri. Nel borgo ritratto in Lúa vermella, tutto odora di morte e distruzione, ogni elemento – a cominciare dalla roccia di aspetto animalesco – è foriero di sventura, il flusso di coscienza parla in modo ermetico della morte e del Diavolo. Una tragedia che ha già colpito Rubio, il pescatore inghiottito dal mare – che torna poi nel finale come un morto vivente – ma che sembra riguardare tutto il villaggio. Una minaccia tanto più inquietante nella misura in cui è indefinita – si parla della luna rossa, della marea, di un mostro marino, di una minaccia millenaria che non viene mai spiegata. Tutto è immerso in un assordante silenzio, inframmezzato da note stridenti e dissonanti che risuonano come urla dal nulla: paesaggi naturali, case, lugubri spazi sotterranei, una barca arenata sulla spiaggia, pesci morti sulla riva, il mare come minaccia, tutti elementi impressionisti che formano un quadro visivo dove il mistero è sempre presente con forza, e il Male è costantemente pronto a esplodere, con un’attesa di beckettiana memoria.
A un certo punto, preannunciate dalle scritte che periodicamente compaiono, giungono nel villaggio tre streghe, venute da chissà dove, per ritrovare Rubio. Il che dà il via allo scatenarsi della più libera visionarietà di Patiño, così misurata – lontanissima ad esempio dal furore zulawskiano – eppure tanto forte che giunge dritta al cuore, prima ancora che alla mente, dello spettatore. Con tecniche da video-arte, vediamo ad esempio una stanza trasformarsi man mano – nella stessa inquadratura – in una distesa d’acqua, oppure uno sfondo nero riempirsi di stelle e di una luce che delinea gli elementi naturali. Se vogliamo, non siamo distanti neanche dagli atti psico-magici di Jodorowsky, da cui Patiño recupera la fusione panica tra uomo e natura e il surrealismo che permea l’intera storia. Mentre il villaggio si popola di “fantasmi”, cioè figure che vengono vestite dalle streghe con mantelli bianchi, la regia prosegue la sua esplorazione di un mistero destinato a non essere svelato. Rubio ritorna (dal mondo dei morti?) e la luna diventa rossa, innescando un finale di rara potenza visiva, con una ricerca estetica impressionante, dove Patiño dà sfogo alla sua perizia fotografica. L’intero paesaggio è immerso in una luce rossa totalizzante, un rosso smagliante, vermiglio, cremisi, dove sulle lande desolate (nei boschi, nelle strade, sulla spiaggia) si stagliano le figure fantasmatiche ricoperte da mantelli bianchi, mentre Rubio ricompare compare come uno spettro e infine si staglia la forma indefinita del mostro, in quello che diventa un vero e proprio inferno dantesco, fra terra, acqua e cielo.
Lúa vermella non è sicuramente un film per tutti, è un’opera divisiva che non lascia indifferenti – o la sia ama (come noi) o la si odia. Ma una cosa è certa: quello che può sembrare puro calligrafismo, è in realtà una ricerca di rara bellezza sul potere evocativo dell’immagine, una forza primigenia che richiama il potere stesso dell’arte cinematografica.

Davide Comotti

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