Dall’India all’Europa, inseguendo l’amore!
La così attesa seconda edizione dell’Indian Film Festival si è aperta a Roma, il 20 febbraio 2026, con un cambio di sede a dir poco significativo: dalla saletta dell’ANICA si è passati infatti al centralissimo The Space Moderno di Piazza della Repubblica, come a sottolineare la volontà degli organizzatori di far conoscere meglio questa scoppiettante cinematografia non soltanto al pubblico asiatico che risiede nella capitale, ma anche agli spettatori italiani maggiormente interessati e curiosi.
L’evento inaugurale si è svolto alla presenza dell’ambasciatrice dell’India in Italia, Ms. Vani Rao, la quale come un anno fa ci ha gentilmente e generosamente concesso un’intervista, di prossima pubblicazione sul nostro sito; assieme a lei sono poi intervenuti altri prestigiosi ospiti, tra cui ci piace segnalare la partecipazione di Selvaggia Velo, direttrice e ideatrice dello storico River to River Florence Indian Film Festival.
Tornando all’appuntamento capitolino col cinema indiano, questo debutto al The Space ha inoltre tenuto a battesimo, rispetto alla precedente edizione, il palesarsi di un interessante sguardo retrospettivo: a essere proiettato in tale circostanza è stato infatti Straight from the Heart ossia Hum Dil De Chuke Sanam (in Hindi: हम दिल दे चुके सनम), fluviale lungometraggio di Sanjay Leela Bhansali, cineasta decisamente popolare in patria ma forse poco noto dalle nostre parti, cui il festival rende omaggio quest’anno proponendo alcune delle sue opere più famose.
Intanto possiamo dire che con Hum Dil De Chuke Sanam (chiamiamolo d’ora in poi col più suggestivo e maggiormente usato in rete titolo indiano) l’inizio è stato strepitoso, un po’ per il curioso legame del film con l’Italia, ma soprattutto per quel prezioso dono che consiste nel catturare l’interesse e le emozioni del pubblico sin dalle scene iniziali, per non mollare più la presa fino ai titoli di coda.
Commedia romantica ricca di sorprese e dai coinvolgenti momenti musicali, come Bollywood insegna, la pellicola diretta con palpabile entusiasmo da Sanjay Leela Bhansali gioca con gli stereotipi legati al corteggiamento, agli spensierati amori giovanili e al sopraggiungere di matrimoni più o meno felici, affrescando il tutto con apprezzabile vivacità, ma ribaltando anche all’occorrenza quelle prospettive che lo spettatore crederebbe ormai consolidate, assodate.
Ispirato a un noto romanzo della scrittrice e poetessa Maitreyi Devi, intitolato Na Hanyate, il film ha tra i protagonisti alcuni dei divi più amati in India alla fine degli anni ’90, nella fattispecie Salman Khan, Ajay Devgn e Aishwarya Rai, parimenti belli e dallo sguardo intenso. A farli interagire è il classico triangolo amoroso, movimentato e dagli esiti non facilmente prevedibili. Con la città di New Delhi sullo sfondo, il neanche troppo oscuro oggetto del desiderio è Nandini (Aishwarya Rai), bellissima figlia del musicista Pandit Darbar (Vikram Gokhale) che tutti considerano un Maestro.
La vita nella ricca dimora di famiglia scorre tranquilla finché non fa irruzione nel racconto lo scapestrato Sameer (Salman Khan), giovane indo-italiano che vuole prendere lezioni di musica indiana tradizionale proprio da Pandit Darbar. L’indisciplinato ragazzo si stabilisce presso la famiglia Darbar, numerosa e dall’esistenza apparentemente spensierata, facendosi benvolere da tutti ad esclusione dell’orgogliosa Nandini, che sembra prenderlo in antipatia per i troppi scherzi e i modi talora impertinenti, spocchiosi. Ma dai bisticci si farà relativamente presto a passare all’attrazione reciproca e a sentimenti più profondi.
Quando però Pandit Darbar scopre che i due si sono scambiati promesse d’amore, finisce per infuriarsi, avendo già programmato il matrimonio di Nandini con Vanraj (Ajay Devgn), promettente avvocato e rampollo di una famiglia locale molto, molto considerata. Con Sameer invitato a tornarsene in Italia e Nandini malinconicamente rassegnata a una sorta di “matrimonio d’interesse”, l’apatia comincia a regnare nelle loro vite. Ma, complice un parziale ripensamento di chi fino ad allora aveva ostacolato l’amore tra Nandini e Sameer, il viaggio in Europa della ragazza (incredibilmente accompagnata dal novello sposo, dimostratosi più comprensivo del resto della famiglia) porterà i tre giovani a scoprire la vera portata dei rispettivi sentimenti. Tanto da lasciare sorpreso, alla fine, lo stesso pubblico in sala.
Alla maniera del cinema indiano che più ci piace, Hum Dil De Chuke Sanam è un frullato di emozioni, generi ed elementi diversi, in cui il racconto non si sfilaccia mai pur inglobando al suo interno le spinte più disparate: balletti dalle coreografie particolarmente avvolgenti, splendide canzoni dai toni ora spiccatamente sentimentali e ora ironici, comicità bassa, melodramma, esperienze da tipico racconto di formazione giovanile, sketch alquanto imprevedibili, persino momenti “pulp” (nella fattispecie la pittoresca scena dell’autostop, trasformatasi in pochi secondi in surreale thriller on the road), tutto quanto concorre a formare un coloratissimo caleidoscopio che non cessa mai di intrattenere, divertire e all’occorrenza commuovere lo spettatore.
Quasi inevitabile una breve postilla sulla “parentesi italiana”: come accennato poc’anzi, ci sono origini in parte italiane nel background di Sameer, ma quando il plot fa sì che il ragazzo torni a casa e che l’innamorata col fin troppo accomodante marito lo segua in Europa, si resta a bocca aperta poiché la produzione ha scelto di girare l’italico segmento del film… in territorio magiaro!
Si assiste così, con esiti tendenzialmente kitsch ma volendo anche gustosi, piccanti, a Budapest spacciata sullo schermo per una qualsiasi città d’arte situata in Italia, alle campagne ungherese spacciate per quelle nostrane, allo stesso idioma magiaro fatto passare impunemente per lingua italiana. L’effetto è inevitabilmente buffo, ma non è certo la prima volta che osserviamo scelte del genere in qualche produzione asiatica. Non potremo mai dimenticare, del resto, l’assai bizzarra impressione che ci fece Praga spacciata per Parigi, coi viali lungo la Moldava a sostituire il più celebre Lungosenna, in un film di spionaggio nordcoreano passato tanti anni fa al Far East Film Festival di Udine. Dell’opera in questione, ahinoi, abbiamo col tempo rimosso titolo e autore, ma non la curiosità destata dalle contingenze di natura “geopolitica” dell’operazione, giacché in quel caso l’idea di girare a Praga e non a Parigi derivava ovviamente dalla maggiore facilità di portare un cast nordcoreano in paesi del “blocco socialista”, rispetto al sempre stigmatizzato, temuto e quindi sconsigliatissimo Occidente capitalista.
Stefano Coccia









