Il traditore

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8.0 Awesome
  • voto 8

Storie nostre

A guardarlo da vicino, il cinema di Marco Bellocchio poggia sempre su un punto d’equilibrio in apparenza sin troppo semplice da decifrare, quanto in realtà denso di sfaccettature: la storia italiana è fatta di persone, la cui pluralità di vicende finisce con il comporne il nucleo pulsante. E non importa se esse siano fittizie, magari stando a rappresentare qualcosa dalla valenza universalmente simbolica, oppure autenticamente vissute; il tipico procedimento bellocchiano è sempre quello di isolarle dal contesto di appartenenza per poi analizzarne, da vero e proprio entomologo, azioni e reazioni. Era accaduto, tanto per citare qualche titolo, con il capolavoro Buongiorno, notte (2003), con la figura di Aldo Moro messa in relazione con se stesso, i carcerieri e la propria parte politica; o anche nel magnifico e visionario Vincere (2009) dove l’immagine “inedita” di Benito Mussolini veniva smontata e ricostituita con la sola forza della Settima Arte. Per chiudere con il recente Fai bei sogni (2016), in cui il trauma subito in tenera età dallo scrittore Massimo Gramellini – autore del testo ispiratore – si riverberava a mo’ di fantasma per la sua intera esistenza. Tutti questi protagonisti, nella loro distanza non solo temporale anche estrema, hanno delle precise caratteristiche in comune: coerenza e conseguente solitudine. Non costituisce eccezione – e come poteva farlo, del resto, supponendo una “proiezione” dell’autore piacentino in tutti loro? – anche un personaggio sulla carta poco “difendibile” come Tommaso Buscetta, protagonista de Il traditore, opera presentata in Concorso al Festival di Cannes 2019 nonché uscita nelle sale italiane nel ventisettesimo anniversario della cosiddetta Strage di Capaci, data ferale in cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone in compagnia della moglie Francesca Morvillo e degli uomini che ne costituivano la scorta.
Ciò che in misura maggiore colpisce de Il traditore è la sublime capacità del quasi ottantenne Bellocchio di rimanere al passo coi tempi dal punto di vista della messa in scena. Quest’ultima cambia ad ogni suo posizionamento dietro la macchina da presa. In questo suo ultimo lungometraggio è la contaminazione di generi e tonalità narrative a spiccare in maniera nitida. Bellocchio non esita a “sporcarsi” le mani con il cinema di genere, realizzando comunque un’opera lontana anni luce dalla spettacolarizzazione del crimine così in voga per (de?)merito di serie televisive nostrane di successo. Dalla solennità sanguinaria delle tragedie causate dalla mano mafiosa si passa, con movimento tanto impercettibile quanto spontaneo, alla tragica farsa di stampo teatrale con cui il regista riprende alcune fasi – come la prima, indimenticabile, giornata – del primo maxi-processo contro Cosa Nostra scaturito proprio dalle dichiarazioni del “pentito” Buscetta rilasciate in sede istruttoria al giudice Falcone. Un inenarrabile caravanserraglio degno di una pièce partorita dal grande Eduardo De Filippo. Oppure il casuale incontro nella sartoria tra Buscetta stesso e un Giulio Andreotti sin troppo somigliante a Francesco Cossiga, come a testimoniare l’intercambiabilità delle molte facce delle correnti democristiane. Con entrambi in mutande a far riflettere, in senso lato, sull’inevitabile caducità del Potere. E, guarda caso, è proprio nel corso del processo contro Andreotti che va ad infrangersi il mito, sino a quel momento non scalfibile, dell’attendibilità delle dichiarazioni di Tommaso Buscetta in qualità di super-testimone contro quella stessa mafia di cui egli stesso ha sempre rivendicato con orgoglio l’appartenenza prima che si tramutasse in barbarie inarrestabile per mano dei vari Totò Riina, Bernardo Provenzano e accoliti. Tutto questo ad ulteriore testimonianza di un lavoro filologicamente curatissimo, eppure sempre in grado di mantenere quella, indispensabile, ambiguità di fondo nella descrizione della figura di Buscetta: picciotto delatore del suo habitat di riferimento oppure uomo d’onore a propria volta tradito da una Mafia in cui non si riconosceva più?
Bellocchio non fornisce risposte. Ne ammira per molti versi il coraggio ma non dimentica di tratteggiarne la figura a tutto tondo, grazie anche all’eccellente prova attoriale di Pierfrancesco Favino (Buscetta) e dell’intero cast. Il traditore si chiude così sulla sequenza di un omicidio perpetrato dal protagonista agli albori della sua ascesa mafiosa. Una parabola esistenziale magistralmente raccontata con l’Italia – intesa come corpus sociale – a rimanere sullo sfondo. Prigioniera di paure e classici “vorrei ma non posso”. Dove chi ha osato provare a scoperchiare il metaforico vaso di Pandora ha pagato con la vita. Una Storia proveniente da un passato tutt’altro che remoto e che non finisce di esalare i propri mefitici miasmi sul presente di un paese in eterna balia di presunti poteri forti ed effettivi, invincibili, timori.

Daniele De Angelis

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