L’incendiario vincitore della sezione Panorama
Al cuore del vasto ecosistema della Berlinale risiede la sezione Panorama, dove è il pubblico nella sua interezza a votare democraticamente il proprio vincitore. Questa estesa vetrina restituisce l’entusiasmo che i suoi fedeli avventori riversano ogni anno sulla manifestazione, una delle più accessibili per giovani e studenti, offrendo un profilo eclettico delle tendenze che plasmano il panorama cinematografico internazionale contemporaneo. In Panorama si spazia da veterani del cinema minimalista d’autore, come Hong Sang-soo, a talenti emergenti decisi ad affrontare a viso aperto tematiche urgenti, come il regista di cui parleremo a breve. Uno degli aspetti più interessanti dei festival cinematografici – che riflettono inevitabilmente nei loro programmi i tumulti socio-politici del periodo storico in cui si collocano – è la capacità di stimolare dibattiti che non si limitino aI singoli titoli, ma che mettano in comunicazione opere apparentemente distanti. È questa, in fondo, la linea guida di Panorama, uno spazio che funge da vero e proprio acceleratore di particelle festivaliero, favorendo la collisione tra correnti e sensibilità differenti.
È qui che, alla 76esima edizione della kermesse tedesca, è stato presentato Prosecution (Staatsschutz), secondo lungometraggio di Faraz Shariat, regista che in passato aveva già conquistato il pubblico berlinese. Il suo debutto, Futur Drei (No Hard Feelings), era infatti passato anch’esso da Panorama nel 2020, raccogliendo numerosi riconoscimenti collaterali. Questa volta, gli sono stati riservati i massimi onori: se gli applausi scroscianti della platea possono dirsi anche solo vagamente indicativi, l’esito sembrava una formalità.
Al centro di questa ossessiva discesa nelle viscere di un sistema giuridico compromesso, si colloca la giovane procuratrice Seyo Kim, determinata con i suoi sforzi a contrastare la violenza dilagante dell’estremismo di destra. Una posizione che, prevedibilmente, la espone a un clima ostile, non proprio adatto a stringere nuove amicizie. Ecco che il pregiudizio nei suoi confronti – per avvalersi di un eufemismo – legato alle sue origini asiatiche, esplode presto in un efferato atto di violenza. Inizialmente documentato con fredda distanza, la cinepresa si porta in prossimità della vittima per studiare i postumi di questo deliberato attentato alla sua incolumità. È qui che emerge con forza il talento di Chen Emilie Yan, talmente convincente nell’esternare la genesi di una rabbia impotente, mista a disperazione, da far sinceramente dubitare allo spettatore che si tratti del suo debutto sullo schermo. Seyo Kim non è però una vittima qualunque: se atti del genere sono mirati a mortificare, nel suo caso l’effetto sortito è più simile al gettare benzina sulla fiamma per la giustizia che arde dentro di lei. Forte delle risorse istituzionali a sua disposizione – e soprattutto disposta a infrangere qualche regola – Seyo decide di alzare la posta in gioco, mettendo ulteriormente a rischio la propria sicurezza. Il processo contro uno degli aggressori diventa quindi il pretesto per smascherare una rete ideologica ben più ampia, radicata nel cuore del suo stesso dipartimento. Nonostante le vicende si svolgano in Germania – paese spesso mitizzato per l’imparzialità del proprio apparato giudiziario – in nessuna occasione Prosecution suggerisce di considerare le criticità con cui si confronta come un problema circoscritto a un singolo territorio. Una direzione che trasforma Prosecution in un atto politico universale, in cui Seyo sperimenta sulla propria pelle, e con lei lo spettatore, quali sono le implicazioni dell’affidare la ricerca di giustizia a uno Stato che non solo minimizza la violenza dell’estrema destra, ma finisce per legittimarla.
La regia moderna e imponente di Shariat sostiene un impianto procedurale investigativo relativamente convenzionale in termini di espedienti narrativi, che viene elevato dall’urgenza dei temi trattati e dalla virtuosa sinergia dei singoli dipartimenti tecnici. Il risultato è un thriller incendiario, i cui punti di forza sono da ricercare nella fotografia al contempo dinamica e austera, attenta all’architettura e a suo agio con i toni più cupi, e nella colonna sonora elettronica che si mescola a motori ruggenti, ma che soprattutto riconosce il valore dei silenzi. Nel contesto della Berlinale, Prosecution entra idealmente in dialogo con Josephine di Beth De Araujo, altro film che si dirama da un episodio di violenza consumatosi nella verde quiete di un parco, suggerendo che nessuno spazio pubblico, nemmeno il più insospettabile, si presta a venire considerato un luogo di neutralità. Se in Josephine lo sguardo resta ancorato a una dimensione più ordinaria e intima, concentrandosi sulle ripercussioni all’interno del nucleo familiare, Prosecution sfrutta la violenza come miccia per il cambiamento. Da un lato una vittima fragile che subisce passivamente le conseguenze, dall’altro un personaggio forte, che è in grado di trasformare la propria rabbia in uno strumento di intervento, e il cui aspetto più interessante risiede nelle zone grigie della sua moralità. Due approcci complementari, che testimoniano come il cinema contemporaneo stia cercando nuove forme per interrogare la crescente violenza della nostra società.
Alessio Vinciguerra








