Polaroid

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4.5 Awesome
  • VOTO 4.5

Immortalati

È cattiva abitudine dei protagonisti degli horror, indipendentemente dalla latitudine di provenienza e dalla penna che li ha partoriti, andare a mettere le mani laddove sarebbe molto meglio evitare. Cassetti, scatole, bauli, armadi, soffitte, cantine, anfratti, cunicoli e stanze nascoste, custodiscono e intrappolano per decenni e addirittura per secoli malvagità, forze demoniache e antichi segreti. Se erano sepolti e celati alla vista del prossimo ci sarà stato pure un motivo. Ma la curiosità si sa è una brutta bestia e per la quasi la totalità dei malcapitati di turno, salvo quei miracolati che riescono a sopravvivere alla furia dell’entità liberata o risvegliata, finirà con l’essere fatale.
Non fa eccezione il destino di Sarah e della sua amica Linda, che rovistando nell’attico di casa ritrovano una scatola contenente una vecchia Polaroid SX-70. Nel momento in cui Sarah rimane sola, succede qualcosa che inizia a spaventarla: rumori improvvisi dalla macchina fotografica, scricchiolii, visioni raccapriccianti e la presenza di un’ombra misteriosa. Si susseguiranno una serie di omicidi fino a quando lo spirito intrappolato nella polaroid non riuscirà a vendicarsi e porre fine al disegno indiscriminato di morte e distruzione.
Polaroid di Lars Klevberg, al cinema dal 6 giugno con Notorious Pictures, sfrutta lo schema ormai classico e logoro del filone incentrato sulle entità soprannaturali che mietono vittime umane. Di conseguenza, il modus operandi, l’architettura narrativa e il disegno dei personaggi, sono il frutto ormai maturo e in moltissimi casi prevedibile di una scrittura e di una trasposizione che lascia margine solo a qualche variante sul tema. Il cineasta norvegese è chiamato all’esordio sulla lunga distanza (a brevissimo lo vedremo alle prese con La bambola assassina, reboot del cult incentrato sull’iconico personaggio di Chucky) passando attraverso la rielaborazione dell’omonimo cortometraggio da lui stesso diretto nel 2015. La dilatazione della timeline ha comportato ovviamente un allargamento degli orizzonti del racconto e del numero di personaggi che lo popolano, ma il cuore drammaturgico è stato a conti fatti preservato. Ritroviamo pertanto un DNA geneticamente ibridato dalla presenza al contempo dall’elemento orrorifico più o meno splatter con gli stilemi del teen movie come era stato ad esempio, ma con ben altri e notevoli risultati, in It Follows. E come se non bastasse Klevberg è andato a scomodare un altro topos come la figura del boogeyman per mettere altra carne al fuoco, ma il risultato ha il sapore inconfondibile della maionese impazzita.
Ad eccezione di qualche passaggio riuscito che salva il salvabile dalle macerie (vedi la scena dell’autocombustione nella mensa del college o il ritmo forsennato dell’epilogo), il resto si aggrappa con le unghie e con i denti all’effetto shocker per provare a dare qualche scossa alla platea. Effetto, questo, che rarissime volte nel corso dei 90 minuti ottiene quanto sperato. Nemmeno lo strizzare l’occhio al J-horror o l’attingere spunti e soluzioni da saghe popolari come quelle di Scream o Final Destination hanno dato la spinta propulsiva a un prodotto di genere per consumatori che non hanno particolari pretese, ma si accontentano della minestra riscaldata che passa il convento.

Francesco Del Grosso

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