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Pedágio

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VOTO: 7.5

Brasile nudo e crudele

Si potrebbe definire neo-neorelista quella corrente cinematografica che scava fino alle massime profondità nel tessuto sociale della nazione di appartenenza. Fino a far emergere tutte le contraddizioni di uno sterminato paese da cui emergono superstizioni e bigottismo. Fortunatamente c’è il Cinema, ad osservare e far venire alla luce determinate problematiche, nella speranza che un’opera d’Arte possa aggiungere un piccolo mattone a creare quella consapevolezza necessaria alla libertà individuale nonché relativi diritti.
Lode allora alla cineasta brasiliana Carolina Markowicz e al suo secondo lungometraggio Pedágio, meritato e coraggioso vincitore del concorso Progressive Cinema alla Festa del Cinema di Roma 2023. Soprattutto per la capacità di guardare, senza alcuna edulcorazione, tutto ciò che contribuisce all’arretratezza del proprio paese.
La diegesi ci porta a Cubatão, nella regione metropolitana ed industrializzata di São Paulo. Dove anche la semplice cornice induce nello spettatore una percezione di alienata estraneità. Facciamo la conoscenza di Suellen (impossibile non pensare al degrado paratelevisivo da soap opera), una donna fondamentalmente onesta che lavora ad casello autostradale – da cui il titolo molto simbolico di pedaggio, cioè somma da pagare allo scopo di fuggire da tale realtà – vive con il proprio figlio quasi maggiorenne Tiquinho ed un occasionale compagno dai comportamenti non esattamente cristallini. La donna è preoccupata per gli atteggiamenti del figlio, il quale gira video musicali finiti poi sul web in cui canta con voce in falsetto e in abiti più o meno femminili. Una collega di Suellen le consiglia un seminario di “riallineamento” sessuale, operato da un enigmatico religioso con tecniche da guru borderline. La scelta di Suellen esigerà un alto prezzo da pagare, ben oltre il denaro speso per il corso.
Una situazione che determina una sorta di paradossale corto circuito. Poiché la protagonista, pressata dai debiti, accetta di divenire complice delle rapine messe in atto dal compagno, il quale deruba auto di persone apparentemente facoltose su segnalazione di Suellen al casello. Fino ad un fatale incidente di percorso.
Una narrazione, quella della Markowicz, intrisa di amara ironia, con tutti i meccanismi del classico contrappasso in azione e tuttavia in grado di raggiungere vertici di drammaturgia davvero insoliti. L’affetto tra madre e figlio, ad esempio, emerge con nitore spontaneo, a prescindere dai pregiudizi religiosi di lei. Completando un lungometraggio estremamente variegato nelle proprie oscillazioni narrative con acute incursioni nel genere melodrammatico. Anche se Pedágio, in fondo, resta un inno alla libertà di scelta individuale. L’omosessualità di Tiquinho – il quale, altro paradosso, s’innamora di un compagno del famigerato corso “riabilitativo” – viene osservata come un’evoluzione naturale, mantenendo quel principio di distacco capace di rendere Pedágio assolutamente inattaccabile. Per un sentito omaggio ad un modello cinematografico di cui in Italia possiamo anche rivendicare la paternità ma che da tempo immemore abbiamo smesso di realizzare. Preferendo di gran lunga nascondere la polvere sotto il tappeto.

Daniele De Angelis

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