Passengers

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5.0 Awesome
  • voto 5

Esperienza visiva. Ma dimentichiamoci della storia…      

Talvolta il viaggio è ben più importante del raggiungimento della meta stessa. Il vero segreto per essere felici è desiderare ciò che già si possiede. Chi si accontenta gode. È questo, in sostanza, ciò che Passengers – ultimo lungometraggio di fantascienza diretto da Morten Tyldum, già candidato all’Oscar per la miglior regia per The Imitation Game – vuole raccontarci in quasi due ore. Perché, di fatto, malgrado l’ambientazione, malgrado – in generale – la confezione tutta, la storia raccontata in Passengers è assai semplice e, con qualche accortezza in più, avrebbe anche potuto essere assai carina. Ma non corriamo troppo e cerchiamo di focalizzare meglio il tutto.
Ci troviamo in un ipotetico futuro: molte persone – chi per il desiderio di cambiare vita, chi per il gusto di sperimentare qualcosa di nuovo – dopo aver deciso di farsi ibernare, si trovano in viaggio verso un lontano pianeta, Homestead II, dove dovrebbero iniziare una nuova vita. Qualcosa, però, va storto nel momento in cui la capsula dove dormiva Jim, giovane meccanico fattosi precedentemente ibernare, si rompe, provocando il conseguente risveglio prematuro dell’uomo. Destinato, quest’ultimo a dover trascorrere da solo sull’astronave il resto della propria vita (mancano novant’anni all’arrivo su Homestead II), si innamora di una giovane passeggera ibernata e decide, dopo un anno di tentennamenti, di svegliarla, manomettendo la sua capsula.
Questo, ovviamente, è solo l’incipit e, da come inizialmente si presenta, Passengers ha tutta l’aria di un lungometraggio interessante con importanti tematiche al suo interno, come, ad esempio, il senso di colpa, il diritto o meno di prendere decisioni circa le vite degli altri, e chi più ne ha più ne metta. Senza contare anche che il prodotto si presenta come un’interessante commistione di citazioni – dichiarate o meno – che, tutto sommato, sembrano funzionare: dagli ovvi e prevedibili rimandi al citatissimo capolavoro di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio al più recente (e anch’esso citazionista) Gravity di Alfonso Cuaron, fino ad arrivare a Blade Runner, senza contare le (non troppo) velate allusioni allo stesso Solaris di Andrej Tarkovsky o addirittura a Shining (le scene ambientate nel bar dell’astronave ricordano tanto il bar del mitico Overlook Hotel).
Nonostante, però – come già abbiamo detto – le tematiche potenzialmente interessanti, nonostante le ambientazioni suggestive ed una regia che ben sa gestire gli spazi, con una macchina da presa che non ha paura di osare (davvero ben riuscite, a tal proposito, sono le numerose carrellate circolari intorno ai personaggi, che, appunto, ben sottolineano il loro senso di spaesamento), ciò che di tutto il lungometraggio poco convince è proprio la sceneggiatura. Il senso di colpa, il voler gestire le vite degli altri – agendo, di conseguenza, come una sorta di dio – ma anche il fatto che gli androidi provino o meno emozioni (ricca di spunti, a tal proposito, sarebbe potuta essere la figura del barman dell’astronave), sono tutte questioni sollevate nel corso della narrazione, ma che, poi, vengono abbandonate a loro stesse, senza trovare un necessario approfondimento in merito. Ciò che, di fatto, alla fine della fiera ci troviamo davanti agli occhi è una banale e spesso stucchevole storiella d’amore, talmente scontata e – soprattutto man mano che ci si avvicina al finale – forzata in modo addirittura imbarazzante, da suscitare nello spettatore anche qualche risatina involontaria. Memorabile, a tal proposito, l’ultima mezz’ora (niente paura, non si tratta di un vero e proprio spoiler, arrivati a quel punto del film non ve ne fregherà più nulla di sapere come andranno le cose), in cui vediamo la brava ma, in questo caso, mal sfruttata Jennifer Lawrence che, addirittura, “resuscita” l’altrettanto capace ma ancor peggio sfruttato Chris Pratt. E vissero tutti felici e contenti.
Per apprezzare al massimo un prodotto come Passengers, di fatto ci si dovrebbe – se possibile – dimenticare della storia ma godersi il tutto come una pura esperienza visiva: malgrado la regia assegnatagli, Tyldum ha comunque dimostrato ancora una volta di saper fare egregiamente il proprio mestiere. E questo, se permettete, non è cosa da poco.

Marina Pavido

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