Oray

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Il peso delle parole

Non è un mistero che l’Islam, se interpretato superficialmente, possa presentare dei tratti profondamente problematici. Ma, come ogni altra religione, è un sistema complesso, che non può essere riassunto in una sola frase o con un solo film, né compresso nella dicotomia bene-male. Il solo fatto di incontrare di tanto in tanto nel circuito festivaliero una pellicola capace di non allinearsi al modus operandi e al pensiero comune, figli di un approccio alla materia in questione stereotipato, pregiudiziale e peggio ancora limitato, è una piacevole e gradita sorpresa. È il caso di Oray, l’opera prima di Mehmet Akif Büyükatalay che abbiamo avuto la possibilità di vedere nel corso del 20° Festival del Cinema Europeo di Lecce, laddove è stata presentata in concorso a una manciata di mesi di distanza dal suo fortunato esordio alla Berlinale 2019 nella sezione “Perspektive Deutsches Kino”.
Oray è il nome del protagonista, un musulmano di seconda generazione (più precisamente uno “zingaro macedone di origine ottomana”, come si definisce lui stesso) nelle cui vesti si è calato con grandissima potenza espressiva Zejhun Demirov, un attore che diversamente dalla tante esperienze sul piccolo schermo non aveva ancora avuto, prima di adesso, la possibilità di mettere in mostra le sue indubbie capacità recitative al cinema. Qui la possibilità gli è stata data e l’ha ripagata con un’interpretazione degna di nota, in grado di rendere tanto il conflitto interiore quanto quello con il mondo che lo circonda del personaggio a lui affidato e sul quale pesa gran parte della timeline. Del resto, quando si decide di battezzare il film con il nome del suo protagonista è già di per sé una lettera d’intenti che mette nero su bianco la centralità, la responsabilità e il peso del personaggio nell’economia generale del progetto. Di fatti, si contano sulle dita di una mano le inquadrature nelle quali Oray non risponde all’appello. Si assiste dunque a un pedinamento costante che colloca la figura nel baricentro della timeline, in una catena di causa ed effetto innescata da una parola pronunciata in un momento di rabbia. Durante un litigio con la moglie Burcu, infatti, l’uomo pronuncia il termine islamico per “separazione”, talaq. L’Imam lo informa delle conseguenze: dovrà separarsi da Burcu per tre mesi. Oray approfitta della pausa forzata dal rapporto con la moglie per iniziare una nuova vita, trasferendosi a Colonia. Qui trova lavoro in un mercatino dell’usato ed entra a far parte di una nuova comunità musulmana, guidata dal giovane Imam Bilal. Ben presto, Oray inizia a predicare a sua volta, suscitando particolare apprezzamento tra i membri più giovani della congregazione, ma anche la gelosia di Bilal. Quando Burcu si presenta a sorpresa dal marito, i due si rendono conto di come la pausa abbia fatto bene ad entrambi e di quanto ancora si amino. Ma sarà sufficiente? Alla visione l’ardua sentenza.
Oray analizza il fortissimo bisogno di appartenenza dei giovani uomini migranti e i problemi che ne derivano, generati da un microcosmo ermetico che si isola dal mondo esterno. Una comunità che crea identità (cosa che, evidentemente, la società maggioritaria non è in grado o non è disposta a fare) e fornisce sicurezza, ma richiede anche la rinuncia di sé in caso di deviazione dalle sue “leggi interne” – che si tratti di omosessualità o, come in questo caso, di un matrimonio non più legittimo. Oltre ad essere un film di formazione sul processo di riscoperta di sé, Oray affronta la questione dell’emarginazione connessa all’immigrazione, in quanto l’identità individuale è sempre plasmata dall’appartenenza a una minoranza all’interno di una società segregante. Il merito del film è quello di avere affrontato il tema dalla giusta distanza, scegliendo di volta in volta quanto e come avvicinarsi al protagonista. Ciò a consentito all’autore e al suo lavoro di non compiere lo stesso errore al quale si assiste nella stragrande maggioranza dei progetti analoghi. Büyükatalay, da tedesco di origini turche, con uno sguardo dall’interno più o meno oggettivo, non schierato e non giudicante, ha saputo trasporre sul grande schermo il percorso di un uomo che scivola all’inferno per poi risalire, una volta ritrovata la retta via, alla volta delle porte del Paradiso. Se vi entrerà o no ovviamente non lo sapremo, perché la narrazione si ferma all’esistenza terrena e non estende i propri orizzonti al divino. Attraverso un plot scarno e lineare, al limite dell’essenziale, Büyükatalay ha deciso con convinzione e fermezza di puntare sino all’ultima fotogramma utile su una linea precisa che si concentra unicamente sula vita di un musulmano senza fare alcun riferimento alle questioni che si impongono all’attenzione dei media, sempre e solo notizie negative, come quelle sul terrorismo o sul divieto di indossare il burqa. Insomma, il risultato è un punto di vista che finalmente ci offre una prospettiva diversa alla quale non siamo abituati.

Francesco Del Grosso

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