Nostalgia

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6.0 Awesome
  • voto 6

Napoli, stupenda e misera città

In concorso alla 75º edizione del Festival di Cannes, l’undicesimo lungometraggio del regista Mario Martone è un ritorno, per l’autore, a una storia contemporanea d’ambientazione partenopea. Con Nostalgia (2022), tratto dall’omonimo romanzo di Ermanno Rea (pubblicato postumo), Martone torna al famigerato rione Sanità già scandagliato, usufruendo della nota piéce di Eduardo De Filippo, con Il sindaco del rione Sanità (2019). Se in quel precedente lungometraggio soggiaceva, sebbene con un importante aggiornamento temporale del testo, ancora un alone romantico della vita del rione e del suo popolo, con quest’ultima opera la realtà del quartiere (e di Napoli tutta) diviene più cupa, asfissiante e quasi per nulla speranzosa; e per comprendere il sentimento che muove la narrazione della pellicola, è necessario basarsi sulla citazione di Pier Paolo Pasolini, contenuta nella raccolta Poesia in forma di rosa, posta in esergo all’inizio: “La conoscenza è nella nostalgia. Chi non si è perso non possiede”.

La citazione, utilizzata proprio durante la commemorazione del centenario del poeta, non trasforma – fortunatamente – la pellicola in opera pasoliniana, ma (rac)coglie esattamente la percezione che aveva lo scrittore sui cambiamenti del popolo romano avvenuti dalla seconda metà degli anni Sessanta. Per Pasolini, i ragazzi di vita, certamente ladruncoli e volgari, si erano trasformati in dei violenti, cinici e drogati, perdendo la loro innocenza selvaggia. Con Il Decameron (1971), Pasolini, attraverso il testo di Boccaccio traslato a Napoli, rendeva omaggio a un popolo che secondo lui era rimasto sempre uguale, non intaccato dal capitalismo che invece imperava nelle altre parti dell’Italia. Osservando Nostalgia, bisogna invece prendere definitivamente atto che anche Napoli e gran parte del suo popolo sono profondamente cambiate. Ma questo, benché con toni nettamente inferiori, lo aveva rilevato anche Ettore Scola con Maccheroni (1985), in cui lo straniero Jack Lemmon rimetteva piedi a Napoli dopo un lunghissimo periodo. In Nostalgia il protagonista Felice Lasco ritorna con la memoria alla sua lontanissima adolescenza partenopea, fatta di furtarelli, sfide e baruffe, ma deve prendere coscienza che oggi gran parte dei giovani è andato oltre, e le strade sono diventate pericolose (il raid armato dei motociclisti). Felice ha dovuto costatare che quello sguardo iniziale, confessato alla moglie rimasta a Il Cairo, sulla città di Napoli era superficiale, poiché Napoli è rimasta si uguale e intatta, ma soltanto architettonicamente.

Felice è italiano, ma il suo aver vissuto per quarant’anni all’estero l’ha trasformato in straniero. Ha quasi dimenticato la lingua italiana, e nello specifico il dialetto napoletano; prova inizialmente quasi freddezza nel camminare nella città che l’ha visto nascere e crescere, e non vede l’ora di ripartire. Ma lentamente scatta in lui la nostalgia di un passato ormai lontano, e di molti anni non vissuti nella propria città e, soprattutto, vicino alla madre. Napoli, con i suoi vicoli, il folklore e gli odori culinari lo riacchiappano, e quando ricomincia a parlare in dialetto, la “trasformazione” è completa. A Felice non gli importa dei problemi mortali a cui potrebbe incorrere (gli bruciano la moto, gli intimano di tornare all’estero), vuole soltanto ricominciare quella vita interrotta. Il suo voler restare a Napoli è anche per cercare di riallacciare i rapporti con l’amico del cuore Oreste, che non vede più da quarant’anni. Lo rincontra, ma costata che ormai anche quel rapporto è terminato. Il loro percorso ha preso strade differenti, e si potrebbe citare il titolo del libro-testamento di Primo Levi: “I sommersi e i salvati” (1986). Felice si è salvato (come ammette lui stesso a Don Luigi), mentre Oreste è rimasto sommerso (ed è lui stesso ad ammetterlo a Felice, benché sia diventato il rispettato “sindaco” del rione Sanità).
Nostalgia di Mario Martone procede bene nei momenti in cui la realtà di Napoli viene mostrata senza eccessi drammaturgici, poiché a percepire onestamente le problematiche della città. E funziona anche per l’interpretazione di Pierfrancesco Favino, che nella prima parte si esprime perfettamente in un italiano con accento straniero e cammina spaesato per le strade di Napoli. Però la pellicola rende meno quando le difficoltà sono accentuate, attraverso la figura di Don Luigi, un parroco memore delle azioni di Don Puglisi, o nella parte in cui Felice (re)incontra il boss Oreste.

Roberto Baldassarre

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