Una strana creatura in casa…
La regista finlandese Hanna Bergholm è stata una delle ultime rivelazioni all’interno del panorama cinematografico internazionale. Il suo lungometraggio d’esordio, Hatching, infatti, è stato tra le pellicole più amate al Sundance Film Festival 2022, dando prova di una buona maestria nel gestire il genere horror con tutte le sue possibili declinazioni. Ed ecco che, a quattro anni di distanza, la cineasta ha realizzato una nuova opera, questa volta presentata in anteprima mondiale addirittura in concorso alla 76esima edizione del Festival di Berlino. Stiamo parlando di Nightborn, anch’esso un lungometraggio dalle venature horror, che, strizzando l’occhio ad antiche tradizioni scandinave, tratta un tema piuttosto attuale e controverso, di cui in pochi, purtroppo, conoscono ogni singolo, possibile risvolto. Ma vediamo nello specifico di cosa stiamo parlando.
Protagonisti di Nightborn, dunque, sono Saga (una straordinaria Seidi Haarla) e Jon (impersonato da Rupert Grint, ormai lontano anni luce dal suo glorioso Ron Weasley della fortunata saga di Harry Potter), giovane coppia di sposi novelli (finlandese lei, inglese lui), che decide di trasferirsi in una vecchia casa nel bel mezzo della foresta finlandese, dove Saga ha trascorso l’infanzia insieme alla sua famiglia. La loro idea è quella di formare una famiglia numerosa, con almeno tre bambini. Non passa molto tempo, dunque, che Saga resta incinta. Immediatamente dopo il parto, però, le cose non vanno assolutamente nel modo previsto: Saga vede subito che il suo bambino ha qualcosa di strano, appena nato è ricoperto di una strana peluria e il suo pianto, praticamente ininterrotto, ha un suono alquanto disturbante. Suo marito e la sua famiglia, al contrario, non notano nulla di strano, e per loro è tutto nella norma. Nessuno sembra realmente comprendere il suo disagio.
Un’antica leggenda finlandese afferma che la foresta è solita “riprendersi” prima o poi chiunque sia nato o sia stato concepito presso di lei. Saga lo sa bene. E questo pensiero, che suo figlio possa in realtà appartenere proprio alla foresta o che abbia comunque qualcosa di “mostruoso” (lei stessa, sovente, lo chiama “mostro”), non la abbandona mai. Tali pensieri vengono inoltre ulteriormente amplificati non soltanto, come già menzionato, dal profondo senso di solitudine da lei provato, ma anche dal suo stesso corpo, visibilmente diverso dopo la gravidanza (particolarmente interessante, a tal proposito, la scelta della regista di dedicare grande attenzione – senza censura alcuna – proprio al corpo femminile, con tutti i naturali aspetti e gli “effetti collaterali” che nessuno sembra tenere in considerazione quando si parla di gravidanza o di post gravidanza).
E così, dunque, ecco che il tema della depressione post partum diviene ancora una volta il grande protagonista sullo schermo cinematografico. Un tema, il presente, di cui negli ultimi tempi si è spesso parlato al cinema. Basti pensare alla Berlinale 2025, quando la regista austriaca Johanna Moder ha presentato in concorso il suo Mother’s Baby, o anche all’interessante Dye My Love, ultima fatica di Lynne Ramsay, giusto per fare qualche esempio. In Nightborn, dunque, tale tema viene declinato in chiave horror attingendo a piene mani da antiche tradizioni popolari e proprio per questo suo particolare approccio – oltre, naturalmente, che per una struttura narrativa complessivamente solida e con un riuscito crescendo di tensione al proprio interno – è indubbiamente un film degno di nota.
Nonostante questo, però, dobbiamo comunque riconoscere che questo ultimo lavoro di Hanna Bergholm non è un lungometraggio perfetto. Al contrario, alcuni risvolti narrativi strappano talvolta qualche risata di troppo, quando non ci sarebbe, in realtà, molto da ridere, mentre determinate scelte grafiche (soprattutto per quanto riguarda la caratterizzazione del bambino stesso) non possono dirsi pienamente riuscite. Poco male, però. Nightborn, infatti, nel complesso funziona. E nel raccontarci in modo del tutto singolare una storia molto più comune di quanto si pensi ha la mai scontata capacità di tenerci incollati allo schermo dall’inizio alla fine.
Marina Pavido







