Le imprevedibili virtù della vulnerabilità
È difficile identificare come urgenti quelle spinose correnti tematiche che sgorgano da tabù consolidati nel tempo. Se poi il macro-argomento in questione è l’industria del porno – già di per sé vulnerabile agli attacchi della scuola di pensiero per cui il sesso, nonostante il ruolo prominente nelle nostre vite, non debba necessariamente trovare spazio nel cinema – allora la strada si fa ancora più in salita per i registi che sentono il bisogno di ragionare sulla subdola influenza che la dimensione pornografica esercita, spesso inconsapevolmente, sulla nostra società. Su questa base, l’aspetto più sensazionale dell’eccellente Truly Naked, presentato alla 76esima edizione del Festival di Berlino nella sezione Perspectives, è senza dubbio che si tratta di un’opera prima. A farsi carico con orgoglio di questo compito – tanto ingrato quanto necessario – è Muriel d’Ansembourg, che ha dedicato la sua decorata produzione in formato corto allo studio dell’intimità in contesti che remano attivamente contro la nascita di questa dinamica così intrinsecamente fragile e spontanea. In un periodo storico in cui la sessualità si è affermata apertamente come uno dei principali motori sociali – un argomento di implicito interesse per le persone, ma che al contempo continua a spaventarle – è la complicità, quella vera, a essersi trasformata nel nuovo tabù da sviscerare. È questo l’obiettivo che si pone Truly Naked: un racconto di formazione sentimentale che si rivela essere anche una spiazzante lezione di educazione affettiva, particolarmente illuminante per le prime generazioni la cui curiosità per la sfera sessuale è stata attivamente plasmata attraverso Internet.
In questo quadro si inserisce Alec, l’adolescente introverso e pacato al centro della storia, cresciuto sotto l’influenza dell’attività del padre, produttore e star di contenuti per adulti. Le scene in questione vengono girate nella loro abitazione, luogo in cui la sessualità è costantemente esibita, ma mai realmente condivisa. Dopo la morte della madre, conosciuta dal padre sul set, Alec ha iniziato a contribuire precocemente alla produzione in qualità di cameraman: un vero e proprio business di famiglia che ha gradualmente normalizzato ai suoi occhi la spettacolarizzazione caricaturale della dominio maschile, tipica delle più canoniche rappresentazioni eterosessuali nel porno. Il padre, d’altro canto, complici l’età e l’evolversi della richiesta, inizia a faticare nel business in cui si è sempre imposto con funzionale arroganza, affidandosi alla collaborazione con le sue interpreti abituali, ormai anch’esse di famiglia, per restare a galla. Tra queste c’è Lizzie, modella disinibita e dallo spirito libero, che ha stretto con Alec un legame simile a quello di una sorella maggiore. È suo il corpo ricoperto di pittura dorata che apre il film: un’immagine opulenta che vende con successo la stessa fantasia che Truly Naked cerca di smontare, senza mai arrivare a demonizzarla.
Per rendere credibile la tesi era necessario portare sullo schermo contenuti espliciti che fossero irrefutabilmente erotici, senza sfociare nella volgarità gratuita, e solo successivamente infliggere il colpo di grazia, calcando la mano su scene specifiche che mirano a rendere lampante la differenza.
Eppure – nonostante tutto l’impegno e le “pillole blu” – le pressioni finanziarie aumentano, l’ego paterno inizia a sgretolarsi e la consapevolezza di Alec è in procinto di svegliarsi: questo il bagaglio ingombrante con cui la famiglia si lascia alle spalle Londra per trasferirsi in un tranquillo paesino inglese affacciato sul mare, dove Alec non ha alcuna intenzione di rivelare il segreto della sua attività extracurricolare. È attraverso questo dettaglio che il film sovverte le prime aspettative: ciò che in altri film verrebbe raccontato come il sogno del protagonista, è qui vissuto come una fonte di vergogna. A costruire le basi per la sua presa di consapevolezza sarà Nina, compagna di classe spavalda e indipendente, cresciuta da una madre femminista e quindi dotata di una visione del mondo radicalmente opposta a quella di Alec, abituato invece ad assorbire come una spugna la rozza mascolinità di un padre che, pur dipinto come premuroso e presente, per lavoro sottomette le donne. Sarà lei a introdurlo alle virtù della vulnerabilità, ma soprattutto a insegnargli cosa significa essere visti davvero; a questo proposito, il finale sarà lo schiaffo di cui molti necessitano.
Il processo di casting, in bilico tra la necessità di coinvolgere professionisti dell’intrattenimento per adulti e il desiderio di lavorare – in nome della massima autenticità – con attori esordienti scoperti per strada, si è comprensibilmente rivelato tra gli aspetti più delicati della produzione. I due giovani protagonisti (Caolán O’Gorman e Safiya Benaddi) sono effettivamente un trionfo di spontaneità, ed è proprio la loro innocenza inconsciamente dissimulata a rendere possibile l’esplorazione di un desiderio istintivo di connessione.
Alessa Savage, la star del cinema per adulti che interpreta Lizzie, risponde invece all’esigenza di autenticità sul fronte esplicito; se il film riesce a risultare credibile nei suoi intenti è infatti solo per l’approccio naturalistico di Muriel d’Ansembourg, che sfida le convenzioni che regolano la rappresentazione della sessualità nei prodotti destinati al grande pubblico, non avendone paura, ma nemmeno superando la pericolosa linea di demarcazione che separa dal porno. In Truly Naked l’industria dell’intrattenimento per adulti è solamente uno sfondo per la sua indagine, e tale deve rimanere, ma è importante che lo spettatore consideri gli scenari più spinti come una realtà tangibile, e non alla stregua di una distopia frutto della fantasia di un ragazzino o del delirio del padre. Ma Alessa non è solo un veicolo per garantirsi la nudità sullo schermo; il suo personaggio irradia una spontaneità quasi commovente, qualità sostenuta da un reale talento per la recitazione, tutti elementi che impediscono alla sua figura di ricoprire una funzione puramente decorativa.
Truly Naked interroga apertamente i danni generati da una percezione consolidata di supremazia maschile che, paradossalmente, finisce per rendere gli uomini le vittime più grandi, incapaci, davanti a questo modello, di abbandonarsi alle manifestazioni di vulnerabilità necessarie per condividere un’intimità libera da aspettative e desideri distorti. Il film si chiede cosa accade quando l’equilibrio di potere si ribalta e chi, in teoria, dovrebbe esercitare il controllo si rivela essere invece inesperto, fragile, bisognoso di essere guidato.
Non ci sono vincitori, se non chi riesce a liberarsi di questo fardello acquisendo consapevolezza relativamente ai motivi per cui anche il porno, sotto i giusti presupposti, possa essere liberatorio, senza illudersi che evitarne il consumo significhi sottrarsi alla sua influenza.
Che Truly Naked sia un’opera necessaria lo dimostra il fatto che, per poter essere proiettato in alcuni festival, il cortometraggio precedente della regista, Fuck-a-Fan, sia stato censurato attraverso l’uso di asterischi: un’operazione che, come ha specificato lei stessa in un’intervista, difficilmente si sarebbe resa necessaria se il riferimento fosse stato, ad esempio, indirizzato alla violenza anziché al sesso. Un paradosso che attesta l’urgenza di questo progetto che combatte lo stigma a colpi di lucide argomentazioni, trovando nella giovane età dei protagonisti – due innocenti tavole bianche – terreno fertile per scavare nei presupposti emotivi necessari a instaurare rapporti intimi in una cultura dominata da sguardi che non coincidono con il proprio.
Alessio Vinciguerra









