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Dao

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VOTO: 5

Il filo conduttore metacinematografico dei ricordi

Sono trascorsi nove anni dal Gran Premio della Giuria conquistato a Berlino dal regista franco-senegalese Alain Gomis, che nel 2017 si portò a casa un Orso d’Argento per il suo Félicité. Da allora non solo è mancato alla Berlinale, ma è sparito completamente dalla scena cinematografica. Almeno, questo prima che la 76esima edizione del Festival di Berlino non venisse designata nuovamente come teatro del suo ritorno. È quindi arrivato il momento di parlare del suo nuovo film, Dao, a tutti gli effetti la pellicola più lunga del concorso di quest’anno con i suoi 185 minuti. Un ritorno senza dubbio in grande stile, dove purtroppo “grande” è sinonimo di ambizione e durata, più che di riuscita effettiva dei suoi intenti.
A fare da centro di gravità alla narrazione troviamo due eventi in contrapposizione culturale e temporale; da una parte un matrimonio di impostazione moderna in Francia, dove a sposarsi è la figlia di una donna di nome Gloria, dall’altra un rituale funebre avvenuto in Guinea Bissau anni prima, attraverso cui il padre della stessa Gloria, patriarca del villaggio, è in procinto di venire consacrato ufficialmente come antenato. Da qui il titolo: il Dao viene definito dall’introduzione del film stesso come “un movimento perpetuo e circolare che scorre in ogni cosa e unisce il mondo”. Insomma, il modesto obiettivo di Alain Gomis è quello di incorniciare la realtà in tutte le sue sfaccettature, e per poco non mi ha fatto venire il dubbio che ci stesse riuscendo. Difficile, anzi azzarderei a dire pressoché impossibile, non rimanere infatti positivamente spiazzati dai primi minuti. Alain Gomis introduce i personaggi ricorrenti di questa duplice storia attraverso una lente metacinematografica, condividendo con noi spettatori le interviste condotte in fase di casting agli attori (e non attori) che prenderanno eventualmente parte al progetto.
Dao è a tutti gli effetti un mockumentary, almeno per un terzo del suo totale, ed ed è solo grazie a questo peculiare aspetto che ci arrivano le vere storie di chi, tra le altre cose, ha respirato la fetta di cultura africana in questione, imperativamente non filtrate o rielaborate da una sceneggiatura. Ascoltiamo una voce fuori campo spiegare loro come l’obiettivo sia costruire una vicenda principalmente fittizia, ma senza rinunciare alle vere emozioni. Per riuscirci c’è un’unica regola: è importante sentirsi liberi di staccarsi dalla realtà e iniziare a inventare nuove storie per se stessi a proprio piacimento. Veniamo quindi invitati ad assistere al processo creativo alla base della lavorazione del film, regalandogli una ragione di esistere con la nostra sola partecipazione mentale attiva; ed ecco che all’improvviso diventa evidente che i rituali rappresentati da Gomis siano in realtà tre, con il cinema a fare da territorio di congiunzione tra i mondi di passato e presente (e futuro). Un trittico che spalanca la strada a una disamina ambiziosa la cui principale arma di istruzione è l’immersione più pura; ma se per molti il fascino del film risiederà proprio nelle interminabili scene procedurali del villaggio in Guinea, o nelle reiterate danze (pratica che a differenza del sacrificio animale trascende lo spazio-tempo), è altrettanto certo che questo approccio sia destinato ad alienare gran parte del pubblico.
Dao è un esperimento metacinematografico registicamente virtuoso, guidato da una visione autoriale ben definita e complessa, che si propone di ragionare su svariati temi come famiglia, amore, colonialismo, fede e ricordi. Un progetto sicuramente personale, come sancisce la presenza di altri elementi della famiglia Gomis nei titoli di coda. Tuttavia, lo fa in modo frammentato e dispersivo, chiedendo allo spettatore lo sforzo erculeo di restare sempre vigile nel corso della sua durata proibitiva, e di trarre le proprie conclusioni attingendo unicamente agli spunti tra le righe offerti dai dialoghi più insospettabili, stimolanti solamente a intermittenza. Non fraintendetemi, pochi film riescono a incorporare organicamente così tante sfaccettature della realtà, ma dopo che sono stati così brillantemente esposti i meccanismi dietro le quinte mi è venuto da sperare forse troppo che il contenuto sarebbe stato altrettanto strutturato.

Alessio Vinciguerra

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