Delicatezza visionaria
È ormai il secondo anno che alla Berlinale non esiste più la sezione Encounters, inaugurata nel 2020 dall’amministrazione di Carlo Chatrian e Mariette Rissenbeek, e successivamente discontinuata con il passaggio di testimone a Tricia Tuttle. Uno spazio quasi liminale all’interno del programma che, come racconta il nome, poneva terreno fertile per quegli “incontri cinematografici” inaspettati che hanno tutte le carte in regola per rimanere impressi a lungo. Se l’avvento della nuova sezione competitiva Perspectives compensa in parte questa mancanza, è evidente che l’obiettivo si sia spostato verso la costruzione di un solido ecosistema competitivo secondario, che arrivasse un giorno a tenere testa a realtà come Un Certain Regard e Orizzonti.
Limitando la considerazione a opere prime di finzione viene di fatto ostacolata la programmazione dei progetti più audaci, affini all’identità cinematografica anti-conformista della Berlinale, che persino in presenza di un regista affermato potrebbero rivelarsi troppo sperimentali per trovare posto nel concorso principale, e al contempo troppo affermati per presenziare nelle sezioni minori. Light Pillar rappresenta la quintessenza di questa nicchia e, se Encounters esistesse ancora, è proprio lì che avrebbe atteso pazientemente di venire scoperto. Per fortuna questo gioiellino è a tutti gli effetti un debutto, ed è quindi uno dei 14 titoli targati Perspectives della 76esima edizione del Festival di Berlino.
Con Light Pillar (Han ye deng zhu) il regista cinese Zao Xu ci propone un film d’animazione ibrido, che si avvale di sporadiche riprese live-action per raccontare una storia profondamente malinconica, dalle disincantate radici fantascientifiche. Ci troviamo nel futuro. È inverno, la neve ha preso il sopravvento sui decadenti studi cinematografici dove lavora Zha, un tuttofare solitario che conduce una vita umile, al fianco solamente dei colleghi taciturni e di un gatto-attore un tempo famoso. Ma ecco che di colpo il suo entusiasmo per la vita viene esacerbato da un dispositivo per la realtà virtuale, che il suo capo gli rifila al posto dello stipendio dopo averlo sequestrato alla figlia. Zha si immerge subito in questo nuovo mondo, che scopriamo con sorpresa essere il nostro. O meglio, in realtà si tratta unicamente di un parco giochi a tema rinomato per le sue luci, sospeso nel tempo e infuso di nostalgia dalla splendida fotografia retrò che caratterizza quelle sequenze, ma è subito chiaro che Zao Xu apprezza a tal punto il cinema di Wong Kar Wai da idealizzarlo. L’entusiasmo di Zha è immediatamente palpabile, e noi ci ritroviamo a condividerlo con lui grazie all’effetto che la scelta stilistica del live-action ha sulla nostra percezione dell’ordinario. Xu stimola i nostri sensi addormentati mettendo sotto una nuova luce (letteralmente) banali gesti come ballare, cantare e chiacchierare, per Zha impensabili fino a poco prima. È in questi frangenti che il film regala i suoi momenti migliori, abbozzando con naturalezza una storia d’amore virtuale il cui fascino è indirettamente proporzionale ai pochi minuti che occupa all’interno del film. Si ha l’impressione di sognare assieme a lui, suggestionati dalle sfocate luci al neon, ed egoisticamente speravo che il progetto non prevedesse l’esplorazione di ulteriori orizzonti narrativi, ma che piuttosto permettesse allo spettatore di indugiare fino alla fine in questa sensazione. L’approccio è geniale anche dal punto di vista pragmatico; durante il QnA il regista ha rivelato di aver girato le sequenze nel mondo reale in soli quattro giorni, mentre il resto del film ha richiesto oltre un anno e mezzo di lavoro e costi in proporzione superiori; ma dopotutto, cos’è il cinema se non la capacità sfruttare al meglio le risorse che si hanno a disposizione? Nel suo secondo atto, Light Pillar assume una connotazione più cupa e rocambolesca, pur rimanendo fedele al ritmo pacato e riflessivo che lo contraddistingue fin dalle prime battute. Il film risente leggermente di questa monotonia, ma lo stile di animazione piacevole e gli svariati elementi ironici con cui è integrata la narrazione lo confermano, anche a fronte di un finale sottotono, come uno dei titoli da segnarsi di questa Berlinale, soprattutto per i cultori dell’animazione.
Alessio Vinciguerra









