Motherless Brooklyn – I segreti di una città

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

In tic veritas

La sequenza d’apertura di Motherless Brooklyn – I segreti di una città, già ritmata da un eloquente sottofondo jazz, è comunque una dichiarazione di poetica, anzi, per meglio dire, una potenziale carrellata antologica di determinate prerogative dell’Edward Norton attore. Come se nel detective privato Lionel Essrog, affetto dalla Sindrome di Tourette, rivivesse la natura borderline di altri indimenticabili personaggi da lui interpretati; specie quelli degli esordi, fanno testo in tal senso American History X e Fight Club. Ed è quindi un concentrato di tic fisici, reazioni scomposte, strampalate uscite verbali, ciò che si fa immediatamente notare nella prima scena in macchina, allorché l’investigatore attende assieme ad un partner non meno scombinato gli ordini del loro boss, Frank Minna, altra figura iconica affidata ad un maestro di stile come Bruce Willis. Per acuire ulteriormente quel senso di disagio, di inadeguatezza, di insofferenza verso le insidie della realtà quotidiana, di cui il protagonista si fa bene o male portavoce, ne scaturirà ben presto un inseguimento in auto lungo le strade della New York anni ’50 dagli esiti grotteschi, infruttuosi ed infine tragicomici, stante anche il sostanziale fallimento della loro azione di copertura.

Fatta tale premessa, si afferma strada facendo l’impressione che l’Edward Norton regista dosi con molta intelligenza la propria inconfondibile verve attoriale, usando se stesso (e in parte le punte di diamante dell’ottimo cast, in cui spiccano anche le presenze di Willem Dafoe e dell’arrogante villain Alec Baldwin) quale “specchietto per le allodole” volto ad acquisire la complicità del pubblico, chiamato poi a precipitare assieme all’autore nei meandri oscuri di una società americana postbellica privata, sin dall’inizio, di qualsiasi scrupolo morale o adesione ai propri valori costitutivi. Difatti Motherless Brooklyn – I segreti di una città, presentato in anteprima alla 14esima Festa del Cinema di Roma si configura da subito quale noir tanto classico nella messa in scena (formalmente ineccepibile) quanto spiazzante, crepuscolare, carico di tensioni sommerse. In ciò il film scritto e diretto da Edward Norton sulla scia del romanzo di Jonathan Lethem aspira quasi a essere controcanto di certi affreschi scorsesiani, vedi soprattutto Gangs of New York.
Anche per Norton il passato (riproposto qui nelle forme di una detective story talmente “asciugata”, stilizzata, da spingersi quali alle soglie del manierismo, laddove ci si aspetterebbe di veder comparire da un momento all’altro un Humphrey Bogart in impermeabile) è fucina di una riflessione sulla perdita dell’innocenza dai toni inevitabilmente amarognoli; visione articolata, stratificata e sottile all’interno della quale pochi personaggi dissonanti (e qui il carattere weird del personaggio di Norton si sposa alla perfezione con l’operato di qualche attivista per i diritti civili e con l’aurorale comparsa di una controcultura, vedi la musica nei locali dei neri) tentano di opporsi alle forzature giuridiche, al diritto del più forte, alla corruzione dilagante (a cominciare dallo strategico settore dei piani urbanistici), allo stravolgimento delle regole democratiche e agli abusi di potere spinti fino al delitto, incarnati qui dalle prepotenze e dalle subdole macchinazioni di un magnate che si sente intoccabile. Si approda così al jazz, a un fremito di ribellione che si propaga dalla colonna sonora alle azioni del protagonista.
Con un approccio più maturo e consapevole rispetto al pur apprezzabile (e ormai datato) esordio registico, Tentazioni d’amore, Edward Norton ci guida quindi per mano verso un epilogo dalla forte impronta catartica: l’inquadratura col protagonista e la ragazza di colore posti uno di fianco all’altra davanti a uno scenario mutato, ben diverso da quello urbano, arriva persino a parafrasare con toni meno gridati l’esaltante, sovversivo finale di Fight Club.

Stefano Coccia

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