Da “The Brave” a Modigliani
Davvero difficile non simpatizzare per Johnny Depp, specie dopo l’allucinante vicenda coniugale e giudiziaria che l’ha coinvolto in questi ultimi anni. E così abbiamo accolto con entusiasmo la notizia del Premio alla Carriera che la diciannovesima edizione della Festa del Cinema di Roma ha inteso tributargli. Sabato 26 ottobre è stato il giorno della consegna del premio. Ma per l’occasione ci si è potuti confrontare anche con la seconda prova da regista (se si escludono alcuni estemporanei video musicali) del Nostro. Giunto da tempo ai vertici come attore, Johnny Depp aveva già esordito nella regia di un lungometraggio nel 1997 con Il coraggioso (The Brave), piccolo film personale e intenso – nonché incentrato sull’immagine stessa del sacrificio – che lo vedeva anche nelle vesti di protagonista.
Maggiori ambizioni produttive caratterizzano invece il più recente Modì – Three Days in the Wing of Madness, ma, se il ricordo della sua pellicola del ’97 è nel complesso molto positivo e coeso, questo suo secondo lavoro registico finisce per lanciare segnali discordanti.
Degno di nota è, innanzitutto, che Depp abbia voluto concentrarsi sul lavoro dietro la macchina da presa così da valorizzare lo script firmato da Jerzy Kromolowski, Dennis McIntyre e Mary Olson-Kromolowski, senza essere direttamente impegnato sul set come attore. Scelta non così scontata, considerando quanto una figura irregolare e ribelle quale Amedeo Modigliani lo potesse tentare.
Ad interpretare Modì ecco quindi Riccardo Scamarcio, nel bene e nel male. Senz’altro meno “ingessato”, più colorito di quanto potesse risultare ne I colori dell’anima (Modigliani, 2004) di Mick Davis un Andy Garcia solitamente più bravo, il che ci offre lo spunto per ricordare come non siano mancati in passato i tributi cinematografici all’artista livornese, quasi mai però veramente centrati e brillanti. Ad ogni modo Scamarcio si trova qui pure a rappresentare un possibile alter ego di Johnny Depp in scena. Sì, perché col pretesto di portare sullo schermo poche tumultuose giornate della vita di Modì a Parigi, in piena Prima Guerra Mondiale, il regista ha voluto in un certo senso trasfigurare il proprio modo di intendere il cinema appiccicandolo, manco fosse un “trasferello”, sullo sfondo di una biografia particolarmente tormentata ed eccentrica.
Ed è quindi il momento di dirsi la verità, a riguardo: più Johnny Depp si è “esercitato” nel corso dell’opera a sperimentare sulla base delle sue personali ossessioni cinematografiche, più il film conquista e diverte; più invece si adagia sul cliché dell’artista bohémien talentuoso ma immensamente sfortunato, più sale a galla tutta quell’aura di “maledettismo” dannatamente convenzionale e stantio, proprio perché teso a fare dell’anticonformismo uno sciatto “codice” alla rovescia, al quale ci hanno assuefatto tante, troppe pellicole hollywoodiane.
I primi dieci minuti di Modì – Three Days in the Wing of Madness restano comunque una scoppiettante, sfrontata dichiarazione di poetica, allorché vediamo Scamarcio/Modigliani giocare a fare il seduttore e a provocare panciuti borghesi in un caffè parigino, sottraendosi alla loro ira con una fuga paragonabile non a caso – persino nella modalità, tanto picaresca e acrobatica – a quelle di Jack Sparrow ne I pirati dei Caraibi. A completare il “disegno” tale fuga all’esterno del locale si trasforma, con un repentino passaggio dal colore al bianco e nero, in una sfacciata parafrasi del cinema muto e più in particolare dello “slapstick”, citato quale sottogenere comico tutto incentrato su dinamismo e fisicità.
Ecco, quando si concede certe “licenze poetiche”, il film di Depp è adorabile. Ma un timbro maggiormente personale lo conserva anche nei segmenti onirici, allucinatori, in cui l’ossessione della guerra e della malattia assume quelle coloriture dark, per le quali viene naturale pensare che l’autore da Tim Burton abbia preso tanto. E anche bene!
Poi però si scivola di nuovo sulla fragilità dell’artista, sulle provocazioni estetiche, sui compagni d’avventura sempre presenti nelle esperienze creative ma soprattutto nelle colossali bevute, tutte cose che riconducono Modì – Three Days in the Wing of Madness a quella “standardizzazione” del gusto cui alludevamo poc’anzi. Col punto più basso rappresentato poi dai flashback patinati di Modigliani fanciullo nella sua Livorno, roba che uno si aspetterebbe semmai in un film di Gabriele Muccino.
Lo stesso Scamarcio, attore che a nostro avviso rende meglio se ben guidato, quando si ritrova troppo “a briglia sciolta”, per esempio in quei confusi battibecchi durante i quali alterna frasi in inglese e improperi o altre colorite espressioni nella lingua madre, rischia di conferire al personaggio un tratto eccessivamente puerile. Il riscatto attoriale arriva per lui (e per il film) nel corso del lungo, pungente, tesissimo confronto verbale col cinico collezionista d’arte impersonato da un grande Al Pacino; quella, sì, una scena condotta magistralmente sia dai due interpreti, sia da una mano registica di Johnny Depp particolarmente ispirata nei tempi, nelle prossemiche tra gli attori e, più in generale, nella gestione degli spazi all’interno dell’elegante bistrot ove avviene la disputa.
Stefano Coccia








