Con la giusta distanza
Prima di varcare i confini per la sua anteprima internazionale all’International Documentary Film Festival di Amsterdam, L’era d’oro di Camilla Iannetti ha avuto il suo battesimo nel Concorso Panorama Italia di Alice nella Città alla 19esima Festa del Cinema di Roma. Qui il lungometraggio documentario della regista capitolina, prodotto da Zabriskie e Cut&, ha sfiorato, accarezzandole a più riprese nel corso della visione, le corde del cuore degli spettatori presenti. Abbondano e scorrono a getto continuo in tal senso sulla sua timeline emozioni cangianti che offrono al fruitore di turno momenti che restano impressi.
Sono proprio le emozioni il carburante che alimenta il motore narrativo e drammaturgico di un’opera che con delicatezza e accortezze ci conduce con enorme rispetto in uno spazio privato senza mai violarne l’intimità. È quello di una famiglia composta da sole donne, ognuna con una forte personalità, i cui equilibri verranno nuovamente sollecitati dall’arrivo della piccola Futura, avuta con un ragazzo gambiano di nome Kitim dalla primogenita Lucy, una giovane italo-inglese, che cinque anni fa aveva lasciato Palermo per andare a vivere a Hull, in East Yorkshire. Il periodo dopo la nascita della bimba è una parentesi di sospensione, prima che la madre e la sorella di Lucy tornino alla loro vita a Palermo e lei si ritrovi a fronteggiare una quotidianità da genitore single e studentessa. La scelta di Lucy di tornare anche lei in Sicilia, dove Kitim la aspetta, porterà con sé molte sfide di crescita e trasformazioni per tutti i protagonisti. Il tutto si riversa nei capitoli che vanno a riempire le pagine audiovisive di un romanzo esistenziale e al contempo domestico, attraverso le quali l’autrice racconta parallelamente percorsi di vita che finiscono per confluire. Nel mentre coglie l’occasione anche per toccare con mano tematiche universali e complesse che hanno a che fare con i legami affettivi, sentimentali e biologici, i rapporti intergenerazionali, le dinamiche familiari a cominciare dai piccoli-grandi conflitti interni, l’identità e la maternità.
L’era d’oro mescola sapientemente e in maniera equilibrata il cinema del reale di creazione con quello di osservazione, portando lo sguardo indiscreto della videocamera nel cuore palpitante di una serie di microcosmi collegati fra loro come vasi comunicanti da legami indissolubili. Microcosmi, questi, che l’autrice già conosceva in parte per averli esplorati tempo prima in un lavoro precedente sulla breve distanza dal titolo Uno due tre, che ora ha ritrovato in procinto di subire nuovi imprevedibili cambiamenti, tra difficoltà economiche, continue incomprensioni e speranze per il futuro. La nascita della bambina, che non a caso è stata chiamata Futura, è stata l’occasione per riaccendere il motore di cui sopra, con quell’evento che ha rappresentato un potenziale narrativo molto forte, in grado di alimentare nuovamente il motore di un racconto che riprende a distanza di qualche anno da dove si era interrotto. Un ritorno che riporta la mente, seguendo traiettorie e storie diverse, a quanto fatto ad esempio nell’ambito documentaristico da Agostino Ferrente quando a creato un ponte spazio-temporale di sei anni circa tra Le cose belle (in co-regia con Giovanni Piperno) e Selfie, per andare a scoprire chi e cosa erano diventati i protagonisti del primo film. Con le medesime intenzioni ecco che L’era d’oro vuole essere un seguito ideale di quella sua opera d’esordio realizzata nel corso degli studi alla sede siciliana del CSC, laddove la regista si è diplomata.
Accorciando le distanze e ritrovando nuovamente la giusta distanza fisica ed emotiva dai componenti di quel nucleo, la Iannetti disegna un ritratto familiare e umano molto intenso, i cui frammenti sono stati messi con pazienza uno accanto all’altro dal lavoro prezioso di montaggio di Valentina Grossi. Frammenti nati dalla possibilità unica di condividere senza mai invadere gli spazi vitali dei soggetti, catturando con l’obiettivo della macchina presa i momenti di solitudine e di insieme sotto lo stesso tetto che a loro volta hanno rappresentato un’occasione per mettere alla prova i legami, la pazienza reciproca e le trasformazioni personali.
Francesco Del Grosso









