Mobile Homes

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7.0 Awesome
  • voto 7

Una vita in movimento

Pare che circa 20 milioni di cittadini americani vivano in scatoloni con le ruote, o meglio case prefabbricate, gran parte delle quali vere e proprie catapecchie e altre, invece, addirittura dotate di tutti i comfort a seconda delle risorse economiche a disposizione. Si tratta di un dato davvero allarmante, che sta a indicare le condizioni precarie in cui versano moltissime persone e intere famiglie dall’altra parte dell’Oceano. E questo è un dato che non poteva sfuggire a chi si occupa di cinema e quel qualcuno è il regista Vladimir De Fontenay, francese di nascita e statunitense di formazione (diplomato alla Tisch School of the Arts di New York, la stessa di Scorsese, Spike Lee e Oliver Stone), che al tema ha dedicato prima un cortometraggio e poi un lungometraggio, entrambi intitolati Mobile Homes (case mobili) appunto. Ed è proprio della prova sulla lunga distanza che vi parleremo in questa pubblicazione realizzata in occasione del 36esimo Bergamo Film Meeting, laddove l’opera seconda del cineasta parigino è stata presentata in concorso dopo il premio del pubblico vinto all’Atene International Film Festival 2017 e l’anteprima mondiale al Festival di Cannes 2017 nella sezione Quinzaine des Réalisateurs.
La pellicola ci catapulta nelle città dimenticate lungo il confine americano con il Canada, dove Ali, una giovane madre, si sposta da un motel all’altro con il suo bambino di otto anni e il fidanzato buono a nulla. Una famiglia improvvisata che vive alla giornata, tra piccoli espedienti e illegalità: le cene “mangia e scappa”, i combattimenti clandestini dei galli, fino a usare il bambino per spacciare stupefacenti in squallidi locali. Insieme sognano un futuro stabile e una casa vera, ma vivono pericolosamente. Fino al giorno in cui una comunità di case mobili sembra offrire ad donna una possibile alternativa. Ma lei, ancora una volta, dovrà scegliere tra il suo desiderio di libertà e la responsabilità dell’essere madre.
Al di là delle più o meno rintracciabili analogie con tutta una serie di plot e dinamiche già affrontate, che riportano la mente nemmeno troppo in là nel tempo a film come The Florida Project, American Honey, Louisiana – The Other Side, Mommy e lo spagnolo Techo y comida, togliendo di fatto anche una buona dose di originalità al progetto, quello che sembra essere centrale in Mobile Homes è il ventaglio di emozioni che l’autore vuole trasmettere allo spettatore di turno. Sono proprio le emozioni, forti e intense, che arrivano quando meno te lo aspetti come folate improvvise di vento, il motore portante di una storia che accarezza e allo stesso tempo schiaffeggia il cuore del fruitore. Con e attraverso di queste, De Fontenay scandisce la narrazione e alimenta la drammaturgia di un film che parla di sopravvivenza e di legami indissolubili, ma anche di speranze coltivate e di sogni andati in frantumi.
Tre momenti in particolare, tra cui l’irruzione della polizia nel locale dove avvengono i combattimenti clandestini con i galli, lasciano davvero il segno, scavando un solco nella timeline e gettando una scialuppa di salvataggio alla quale storia e personaggi si aggrappano per tenere a sé un pubblico che, altrimenti, a causa di alcuni passaggi reiterati presenti nel racconto, avrebbero sicuramente perso interesse nei confronti del tutto. Dei momenti di stanca si avvertono, ma a sostenere la scialuppa e a dare un contributo notevole alla causa ci pensa la bravissima Imogen Poots, qui nelle vesti di Ali, un personaggio scivoloso e complesso, ma che l’attrice britannica riesce a dominare e a fare esplodere sullo schermo con un’interpretazione davvero di altissimo livello (potentissimo l’epilogo nonostante la prevedibilità degli eventi), senza alcun dubbio la migliore della sua carriera. È lei, le emozioni che riesce a generare sullo schermo, il vero punto di forza e fermo di Mobile Homes e questo il regista francese lo ha capito trasformandola nel baricentro su e intorno al quale ruota tutto. E non è un caso che la macchina da presa di De Fontenay, quasi sempre a mano, le stia sempre addosso.

Francesco Del Grosso

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