Techo y comida

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8.0 Awesome
  • voto 8

Piove sul bagnato

La seconda edizione delle Giornate del Cinema Europeo Contemporaneo si è da poco conclusa in quel di Milano, ma le tracce che il film di chiusura della rassegna meneghina ha lasciato nel post visione dentro gli spettatori di turno, noi compresi, sono ancora maledettamente vive e presenti. Si tratta di Techo y comida, opera prima di Juan Miguel del Castillo, autentica rivelazione della cinematografia iberica della stagione 2015-2016 e vincitrice di due meritatissimi premi Goya per la migliore interpretazione femminile e per il miglior regista esordiente. Sono proprio le performance dietro e davanti la macchina da presa del regista spagnolo e della sua attrice protagonista Natalia de Molina le lame taglienti che permettono alla pellicola di entrare senza difficoltà alcuna nel cuore e nella mente del fruitore, quanto basta per lasciare segni indelebili e restarci a lungo.
Difficile è, infatti, scrollarsi di dosso il mix di angoscia e malessere che un dramma umano, sociale e familiare come quello raccontato in Techo y comida è in grado fare nascere in chi vi entra in contatto. L’interpretazione intensa, emotiva e fisica della de Molina, che si carica letteralmente sulle spalle la responsabilità di un personaggio sempre al limite, è di quelle che fanno venire la pelle d’oca, con del Castillo che ha saputo indirizzarla al meglio così da non farla scivolare nelle sabbie mobile della banalità. La giovane attrice spagnola si cala corpo e anima nel personaggio che il regista di Jerez De La Frontera le ha cucito addosso, ossia quello di Rocio, una madre single e senza lavoro, che ha a mala pena qualcosa da mangiare. Temendo di perdere la tutela del figlio di otto anni, la donna cerca di far credere che abbia una vita normale. Però la situazione peggiora quando il proprietario dell’abitazione nella quale vivono, appesantito dai debiti, li denuncia per non aver pagato l’affitto. Ora il tempo scorre contro di loro e sembrerebbe impossibile trovare una soluzione.
Quella al centro del film è una storia vera, tremendamente vera, di quelle che fanno davvero male, a maggior ragione perché non è il frutto dell’immaginazione di uno sceneggiatore, ma la cronaca romanzata di una vicenda che ha toccato personalmente l’autore (quella di una vicina di casa), al punto tale da volerla portare sul grande schermo nonostante l’assenza di finanziatori disposti ad aiutarlo. Del resto, il tema trattato poteva risultare piuttosto scomodo e poco commerciale, tanto da spaventare potenziali investitori. Ma per fortuna Juan Miguel del Castillo non ha mollato davanti alle tante porte che gli sono state sbattute in faccia e Techo y comida, dopo una faticosa gestazione e una lunga campagna di crowfunding andata a buon fine, ha visto la luce, ottenendo anche ottimi risultati all’epoca dell’uscita nelle sale spagnole nel dicembre del 2015. Da allora sulla pellicola sono piovuti riconoscimenti, consensi da parte degli addetti lavori e soprattutto della gente comune. Il motivo di tale successo fra le mura amiche è legato probabilmente alla catarsi che lo spettatore ha provato nei confronti della storia narrata e nel destino toccato alla protagonista, qualcosa in cui è stato facile e immediato immedesimarsi, poiché nella condizione di Rocio ci si sono trovati moltissimi cittadini spagnoli e non solo. Tale condizione ha, però, un carattere più esteso, che allarga i propri orizzonti ben oltre i confini della penisola iberica. Di conseguenza, non bisogna avere il passaporto spagnolo per capire cosa i cittadini hanno provato in quegli anni. La crisi è da decenni globale e i tentacoli delle banche, pronti a stritolarti in qualsiasi momento, possono raggiungere chiunque. Per questo, la storia narrata ha un carattere universale che può toccare chiunque, indistintamente e indipendentemente dalle radici di appartenenza.
In tal senso, il titolo del film è già di per sé una chiara lettera d’intenti rivolta al fruitore, vale a dire “Vitto e alloggio”. La crisi economica, lavorativa e abitativa che colpì qualche anno fa la Spagna, che costrinse centinaia di famiglie a lasciare la propria casa a causa dell’incapacità di pagare le rate del mutuo o un affitto, è una ferita ancora aperte e non sanata. La storia di Rocio è, quindi, solo una goccia nell’oceano. La storia di un singolo è in realtà il riflesso di un dramma collettivo, quello di migliaia di persone che hanno provato in tutti i modi a sopravvivere, soffrendo in silenzio. Techo y comida è un urlo di dolore soffocato in petto, che da voce a chi voce per anni non ne ha avuta.
Chi non ha avuto la fortuna di vederlo, dopo aver letto la sinossi e capito l’argomento potrebbe arrivare a pensare all’ennesimo film furbo e ricattatorio, di quelli che per strappare l’anima e le viscere allo spettatore prendono in prestito vicende di sofferenza altrui. Insomma, l’ennesimo caso di strumentalizzazione per fini cinematografici. Ebbene, chi lo pensa farebbe bene a recuperare quanto prima la pellicola di del Castillo perché si sbaglia di grosso. Techo y comida è un’opera che senza filtri censori, prendendo di petto l’argomento, tratta comunque con rispetto e attenzione la materia in questione. Non si tira indietro quando c’è da calcare la mano, non risparmia nulla alla spettatore, trascinandolo in una vera e propria odissea quotidiana di una donna che prova in tutti i modi a sopravvivere e a tenersi strette le uniche due cose che le sono rimaste: l’amore per il figlio e la dignità. E pensando a queste due cose la mente non può tornare al potentissimo Pelo malo di Mariana Rondón, con il quale il film del collega spagnolo ha moltissimi punti in comune, a cominciare dai toccanti duetti tra madri e figli.

Francesco Del Grosso

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