Louisiana

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6.0 Awesome
  • voto 6

Figli di un Dio minore

Chiusa la “Trilogia del Texas”, Roberto Minervini continua il suo personalissimo viaggio cinematografico nell’altra America, quella dei reietti. Del resto, ogni medaglia si sa ha due facce e il regista marchigiano ha sin dagli esordi puntato la macchina da presa verso quella meno luccicante, della quale si preferisce non parlare. Stavolta decide di fare tappa nel Midwest, per l’esattezza in quel di West Monroe nella Louisiana del Nord, un posto alla deriva, antigovernativo e antiliberista, in cui il collegamento fra le politiche istituzionali e l’opinione pubblica si è perso, trasformandosi in un divario incolmabile, dove il 60% delle persone è disoccupata, distrutta dall’anfetamina e dalla povertà. Ci ritroviamo scaraventati in un territorio invisibile, ai margini della Società, sul confine tra illegalità e anarchia, una sorta di “ghetto” popolato da una comunità dolente battezzata “White Trash” che tenta di reagire a una minaccia che è già realtà: essere dimenticati e vedere calpestati i propri diritti di cittadini. Lì vivono i protagonisti di Louisiana (The Other Side), presentato alla 68esima edizione del Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard e nelle sale nostrane con Lucky Red a partire dal 28 maggio. Si tratta di veterani in disarmo, adolescenti taciturni, drogati che cercano nell’amore una via d’uscita dalla dipendenza, ex combattenti delle forze speciali ancora in guerra con il mondo, giovani donne e future mamme allo sbando, vecchi che non hanno perso la voglia di vivere. Ed in questa umanità nascosta che si aprono gli abissi dell’America di oggi ed è a questa umanità che Minervini ha voluto a tutti i costi dare un volto e una voce.
Il risultato è un’opera che urla in faccia agli spettatori di turno la disperazione e la rabbia di una comunità messa ai margini, che prova con le unghie e con i denti ad aggrapparsi a un briciolo di speranza di sopravvivere. Il regista ha il grandissimo merito di averlo saputo ascoltare, raccogliere e restituire sul grande schermo, calandosi nella quotidianità per esplorarla e raccontarla in maniera diretta e senza filtri. Non ha, infatti, alcun timore reverenziale di mostrare ciò che solitamente moltissimi colleghi, connazionali e non, tendono a lasciare fuori campo, anche se quello che ha deciso di catturare potrebbe disturbare o destabilizzare il fruitore (la dose iniettata nel braccio della ballerina di lap dance incinta o l’uccisione del cinghiale sbranato dai cani). Questo perché per Minervini il coraggio di dire e mostrare non è mai stato un’arma impropria e fuori controllo, bensì uno strumento per scavare nella verità alla ricerca della verità stessa.
Per farlo penetra nel tessuto sociale di quelle terre dimenticate da Dio, puntando la videocamera su una famiglia e su un gruppo di paramilitari. Un doppio punto di vista, questo, che consente all’autore di allargare l’orizzonte drammaturgico dell’opera e alla platea di conoscere “mondi” diversi, ma confinanti, che hanno come comune denominatore il bisogno viscerale ed epidermico di evadere da quel gigantesco cono d’ombra che li ha inghiottiti a causa dell’isolamento e dell’indifferenza. Tale scelta mette subito in evidenza anche un altro aspetto molto importante, ossia il tentativo del cineasta di dare un nuovo respiro al suo modo di concepire e fare cinema del reale, precedentemente incentrato su storie private, perlopiù familiari. In tal senso, la continuità con i precedenti The Passage, Low Tide e Stop the Pounding Heart, è piuttosto evidente, con Louisiana che ha, in una prima  parte destinata al racconto dell’amore tossico che unisce Mark e Lisa, l’elemento di congiunzione. La novità rispetto al passato sta nell’aver esteso il discorso oltre le mura domestiche, filmando una seconda parte che abbandona l’intimità (rapporti sessuali, effusioni, amicizia, affetto, funerali e persino il drogarsi insieme) per condurci alla scoperta di qualcosa di inesplorato e ai più sconosciuto perché inaccessibile, vale a dire la colonia dei paramilitari, ritratta come una sorta di famiglia allargata dove la fratellanza, l’unione, il rispetto e la solidarietà per il compagno d’armi viene prima di tutto. Questa scissione del plot in due blocchi distinti permette al regista di Fermo di diversificare l’offerta, senza dovere necessariamente tradire i temi a lui cari. Di conseguenza, lo spettatore non si trova al cospetto della stessa minestra riscaldata.
E se drammaturgicamente si è fatto un passo in avanti per dimostrare una volontà di evolvere e di aprirsi al nuovo, l’approccio formale alla materia invece resta lo stesso. Detto così potrebbe apparire un limite, ma nel caso di Minervini rappresenta un punto di forza, che rende il suo cinema riconoscibile e con un’identità. Il modo di esplorare passa ancora una volta attraverso l’osservazione quasi antropologica delle persone, perché sono loro il baricentro su e intorno al quale ha sempre costruito e continua a costruire le sue storie. Le dinamiche umane e le azioni, così come le parole, diventano la base sulla quale stendere il discorso. Il pedinamento, l’attaccamento ai corpi, la mancanza assoluta di interazione con i soggetti ripresi (non ci sono interviste) e l’invisibilità della macchina da presa, rappresentano componenti imprescindibili che consentono al regista di diventare onnisciente, ma anche parte integrante del tessuto, non un corpo estraneo o un “parassita”. Quanto basta, insomma, a instaurare con le persone un rapporto di fiducia che crea i presupposti per un’apertura sincera lontana dal protagonismo, al quale affianca anche quel distacco che gli consente di filmare senza giudicare. In questo modus operandi si intravede una certa affinità elettiva con la coppia D’Anolfi-Parenti (vedi Il castello) e il Gianfranco Rosi di Boatman e Below Sea Level.
Il risultato è la verità, o almeno dovrebbe esserlo. Il limite di Louisiana, infatti, sta proprio nella discontinuità, con passaggi in cui la verità appare artificiale, forzata e provocata (elemento in comune con Sacro GRA), come nel caso dell’irruzione di Mark nella scuola, della lettera di Jim o della cena di Natale. In quei passaggi la naturalezza così faticosamente ottenuta lascia spazio a una costruzione a tavolino che stona, influenzando negativamente l’esito. Restano, però, momenti di grande poesia e tenerezza (la visita di Mark alla nonna), alternati ad altri di ferocia e di violenza (i paramilitari che distruggono a colpi di fucile una macchina).

Francesco Del Grosso

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