Mirai

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8.0 Awesome
  • voto 8

Fratelli e sorelle della famiglia Hosoda

La gelosia di un bambino dopo la nascita di un secondogenito, che gli ruba le attenzioni dei genitori finora esclusive. Una cosa normalissima, chi non l’ha vissuta in qualità di figlio minore o maggiore, o di genitore? È il cardine del film Mirai, l’ultima opera del grande autore di anime Mamoru Hosoda, presentata alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes 2018. Un film che lo stesso Hosoda dichiara essere ispirato alla sua esperienza personale tanto di padre che di figlio. Protagonista del film è il bambino Kun, di quattro anni, che porta un nome che combacia con il suffisso onorifico giapponese che usano gli adulti per i ragazzi più giovani, come a indicarne il carattere universale, un ragazzino come tanti. Kun è sconvolto dall’arrivo della sorellina Mirai, il nome stesso della figlia del regista e nome che corrisponde alla parola futuro. Cosa che nel titolo originale Mirai no Mirai funziona come un gioco di parole, Mirai del futuro, anche se l’ambuiguità è risolta usando due forme di scrittura diverse per le due parole “Mirai”, i kanji, gli ideogrammi, per il nome proprio, e gli hiragana, i caratteri sillabici, per il sostantivo che significa futuro.
Kun non potrà che rifugiarsi nel suo immaginario infantile per far fronte a questa situazione, la gelosia porta a materiallizzare il mondo dei sogni, dando alla realtà una parvenza fantastica, e il film è la rappresentazione resa con grande delicatezza di questo immaginario. Un immaginario che mescola presente, passato e futuro: Kun incontra sua madre bambina, suo nonno e Mirai adolescente. Personaggi a diverse età della propria vita o che saltano nel tempo. Una suggestione evidente che Hosoda riprende dal suo primo film personale, che lo ha fatto conoscere come autore, La ragazza che saltava nel tempo. Ma non è l’unica autocitazione del film: già da subito il bambino che fa il cane e l’arrivo stesso di un cane sono strizzate d’occhio del regista a Wolf Children. E i personaggi immaginari sono caricati da Hosoda di una loro propria consistenza, rivelano cose che Kun non poteva sapere, come a insinuare il dubbio che siano effettivamente reali e non il semplice parto della sua fantasia.
Mamoru Hosoda racconta ancora una volta di una famiglia, dopo la ragazza sola che cresce due figli in Wolf Children, omaggio del regista alla propria madre, o la grande famiglia dinastica matriarcale di Summer Wars. E in generale anche Mirai affronta il tema dei genitori impreparati, mancanti di esperienza. Anche la famiglia protagonista di Mirai sembra di tipo matriarcale, la moglie si rivela più forte e più determinata del marito architetto, impacciato e pasticcione. Hosoda raffigura una vita moderna, con la sua grande cura per i dettagli, degli interni arredati con gusto sofisticato, del resto il padre è architetto, per le stanze piene di trenini e giocattoli a disposizione di Kun, ai momenti di panoramica dall’alto della cittadina in cui il film è ambientato. Ma è una modernità che contepla sempre la tradizione, che la mantiene viva all’interno delle proprie strutture hi-tech, come succede in Summers Wars. E in Mirai la famiglia si rivela ancora dedele all’allestimento della festa di tradizione molto antica delle bambole, l’Hinamatsuri, che è anche però la festa delle bambine, mentre i bambini ancora si terrorizzano per la figura demoniaca di Onibaba. La loro stessa abitazione, spazio territoriale con il giardino per Kun, abbina una struttura tradizionale nipponica con arredamenti di tipo occidentale. E così il giardino rappresenta un’apertura verso la natura e un orologio delle stagioni, per esempio l’estate si manifesta nel frinire delle cicale. Mirai è, come altri film del regista, è un coming of age, un romanzo di formazione, il mondo di un bambino con le sue esplorazioni nel mono circostante, che seguiamo come il pesciolino in un acquario.

Giampiero Raganelli

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