The Girl, the Mother and the Demons

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

The Devil in my Dreams

Lime green lime green lime green and tangerine
Are the sickly sweet colors of the snakes I’m seeing
Lime green lime green and tangerine
Are the sickly sweet colors of the devil in my dreams

The Cure, “Wrong Number”

Demoni che non se ne vogliono andare. Demoni che vorrebbero obbligarti a compiere azioni insensate, se non addirittura orribili. Demoni che in fondo sono semplici voci nella testa, ma che risultano poi così terribilmente concreti, quasi tangibili, per chi riesce a vederli/ascoltarli. Demoni che solo qualche reazione chimica e gli opportuni medicinali riescono ad allontanare, seppur provvisoriamente, da menti in fuga dalla realtà…
La rappresentazione della schizofrenia sul grande schermo è già una bella sfida. E a ben vedere si tratta, il più delle volte, di un pretesto narrativo per mettere in scena thriller più o meno conturbanti, efficaci, in cui sono certe possibili derive in senso criminale della malattia a tenere banco. Più raro che ci si soffermi con reale, sincera empatia sul punto di vista di chi vive questo profondo disagio. Validissimo punto di incontro tra la possibile evoluzione criminale di tale condizione e il voler entrare comunque in sintonia con la percezione alterata della realtà, le visioni, la sofferenza stessa di un soggetto visibilmente turbato, era stato a nostro avviso l’ottimo, psichedelico horror diretto dal britannico Simon Rumley, The Living and the Dead (2006). Per non parlare poi dello spesso sottostimato, ahinoi, Spider (2002) di David Cronenberg. Al Nordic Film Fest 2018 abbiamo invece scoperto questo lungometraggio scandinavo datato 2016, The Girl, the Mother and the Demons, che riesce ad esprimere piuttosto bene tanto le potenzialità visionarie insite in una traccia del genere, tanto l’interesse profondamente umano per le sofferte vicende personali della protagonista e di chi le sta intorno.

Il film della svedese Suzanne Osten ci racconta la storia di Siri, madre single affetta da una grave forma di schizofrenia, creando un contrappunto continuo col punto di vista di sua figlia Ti, costretta ad affrontare i demoni interiori della madre con le sole forze dell’immaginazione infantile. Oltre all’approccio emotivamente forte a temi così delicati e complessi, approccio che solo di rado cede a tentazioni sensazionalistiche o eccessivamente barocche, di tale opera cinematografica va senz’altro sottolineata la celebrazione dell’amore tra la bambina e la mamma, un rapporto reso oggettivamente difficile dalla precaria salute mentale della genitrice ma ugualmente intenso, sincero, rappresentato poi in modo particolarmente realistico grazie anche alla scelta delle due attrici protagoniste, madre e figlia pure nella vita.
In virtù della sua interpretazione di Siri, Maria Sundbom si è peraltro aggiudicata il prestigioso premio Guldbagge 2017 come miglior attrice protagonista. Ciò non ha impedito che tale opera, come testimoniato alla Casa del Cinema dalla regista stessa, subisse in patria diverse forme di ostracismo, dovute evidentemente a un atteggiamento censorio, di matrice “puritana”, nei confronti delle modalità scelte per rappresentare le tare mentali della donna e l’assetto famigliare indubbiamente fragile che ne può conseguire. Una reazione alquanto immatura, questa; poiché in realtà The Girl, the Mother and the Demons ha tatto nell’esplorare i limiti più oscuri e gli spiragli di luce riscontrabili in una simile condizionale esistenziale, senza negarsi neanche quella apprezzabile, artigianale libertà nella messa in scena il cui biglietto da visita è proprio la realizzazione dei titoli di testa e di coda, dai tratti particolarmente fantasiosi e creativi.

Stefano Coccia

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