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Mia madre fa l’attrice

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VOTO: 6.5

La storia di un rapporto tra realtà e finzione

Il primo dei quattro film italiani in concorso presentato in questa 33esima edizione del Torino Film Festival è il secondo lungometraggio di Mario Balsamo, Mia madre fa l’attrice, che dopo Noi non siamo come James Bond (2012), aggiudicatosi il Premio della Giuria durante l’edizione del TFF di quell’anno,  torna ad affrontare, sempre nella tecnica del film-documentario, il tema legami personali, concentrandosi stavolta non sulle vicissitudini di un’amicizia storica ma sul recupero di un rapporto madre-figlio, rapporto che ripone proprio nella potenza cinematografica la sua ultima speranza di resurrezione.
Sua madre Silvana Stefanini, donna originaria della Toscana dal temperamento sanguigno e dotata di una spontanea comicità, ha interpretato una serie di piccoli ruoli in pellicole anni ’50, tra i quali spicca per importanza La barriera della legge di Piero Costa, ad oggi quasi introvabile: la ricerca del film, dell’identità giovanile della Stefanini e del legame madre-figlio perduti avanzano di pari passo, in un’alternanza di realtà-finzione che non sempre è facile distinguere e sulla quale il film gioca sì volontariamente, ma con un risultato che risulta in parte artificioso.
Balsamo cerca di attingere alle motivazioni del suo rapporto irrisolto con la madre (per lo più da ricondurre all’irascibilità e al carattere difficile di entrambi) ricorrendo al registro della leggerezza, che complessivamente funziona abbastanza grazie alla naturale verve umoristica della Stefanini e a una serie di battute efficaci e ben scritte (per quanto rimanga il dubbio che suddetta efficacia derivi più dal modo con la quale vengono pronunciate piuttosto che da un loro proprio spessore), ma che dà i frutti migliori nelle scene in cui la madre si lascia andare ai ricordi legati al mondo del cinema, come se in quelle immagini eterne, loro sì non soggette ad invecchiamento, potesse celarsi la sorgente di una sua eterna giovinezza.
Il film potrebbe aprire molti spunti interessanti se solo non indugiasse in una certa pretenziosità registica, che manifesta la sua rischiosità in primo luogo nel montaggio, che finisce per essere confusionario a causa di un stratificazione temporale ridondante e di un’eccessiva varietà di movimenti di macchina (particolarmente fastidiosa e supponente la ripresa in cui Balsamo “in diretta” comunica alla madre l’intenzione di girare un film su di lei), e in secondo luogo nell’onnipresenza della persona di Balsamo, le cui doti attoriali non si dimostrano all’altezza del compito autoimposto, con la conseguenza di rendere le scene di dialogo con la Stefanini meno naturali e credibili di quanto avrebbero dovuto essere: una concessione narcisistica il cui prezzo da pagare è risultato decisamente troppo alto.
Mia madre fa l’attrice resta un lavoro fresco e venato da un’avvincente ironia, dalla quale il cinema italiano odierno, ripiegato su se stesso e sulle riflessioni impegnate che si prefigge, avrebbe forse qualcosa da imparare. Dispiace che queste caratteristiche non abbiano trovato un organizzazione organica, e che da esse non si sia stati in grado di trarre delle conclusioni meno egocentriche e più universali.

Ginevra Ghini

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