Lucania

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7.0 Awesome
  • voto 7

Basilicata eterna

La favola, si sa, contiene al proprio interno elementi atavici e moderni. Acquisisce maggiore spessore se intrisa di folclore locale senza peraltro evitare di mostrare il lato oscuro che sempre la caratterizza. Lucania, opera seconda di Gigi Roccati presentata in anteprima al Bif&st 2019, segue con particolare attenzione queste basilari regole auree, dando vita ad un prodotto insolito ed originale nel panorama del cinema italiano anche per la sua propensione al rischio nel mixare generi in apparenza lontani tra loro.
Lucania è dunque un film di contrapposizioni evidenti. Fotografa la magia di un territorio splendido dove l’asperità montuosa convive, nello spazio di pochi chilometri, con la sterminata estensione del mare. In cui il senso dell’onore di chi coltiva da decenni una terra riottosa si oppone al cosiddetto “nuovo che avanza”, nella persona di coloro che quella stessa terra vogliono utilizzarla come discarica a fini di lucro. Come nell’opera prima di Roccati, Babylon Sisters (2017), lo sguardo è femminile, incentrato sulla purezza adolescenziale di una giovane affetta da mutismo in seguito alla recente e prematura morte della mamma, la cui figura lei continua a vedere vicino a sé; la ragazza è circondata da un microcosmo prevalentemente maschile e comunque non in grado di comprendere il suo, atipico, dramma. Per tale ragione vive in una sua dimensione del tutto particolare, scambiata per pazzia quando non addirittura per possessione diabolica, da una mentalità che non prevede la sfumatura del ragionamento approfondito. Il precipitare di alcuni eventi costringerà Lucia ed il suo burbero padre Rocco (efficace performance di Giovanni “Joe” Capalbo, anche co-produttore del film), ad una precipitosa fuga nel cuore di un territorio che tuttora mantiene caratteristiche inesplorate e selvagge. Un altro lungometraggio dunque, a poca distanza di realizzazione dal quasi coevo Dafne di Federico Bondi, che propone una sorta di road-movie conoscitivo, pur su registri narrativi del tutto differenti, tra un padre ed una figlia, entrambi con un lutto recente da superare.
Inoltrandoci in un’analisi critica, Lucania contiene momenti di pura poesia quando si abbandona alla sguardo innocente e contemplativo di Lucia – questo il nome della ragazza, interpretata dalla straordinaria Angela Fontana già ammirata in Indivisibili di Edoardo De Angelis (2016) – mentre non sempre appare a fuoco da un punto di vista narrativo allorquando ricorre, come anticipato poc’anzi, ad una sorta di battaglia simbolica tra Storia e possibile Futuro dal sapore vagamente didascalico e moralista, mettendo in guardia da ogni tipo di speculazione “capitalista” con lo scopo di sfregiare la suprema bellezza della regione. Un neo che non inficia più di tanto la riuscita complessiva di un lungometraggio capace di introdurre lo spettatore in una dimensione temporale indefinita – Lucania potrebbe apparire un racconto di cinquanta, sessant’anni orsono, se non spuntasse fuori un cellulare in un determinato punto della narrazione – proprio come conviene ad una favola che viene aggiornata ad ogni nuovo racconto.
Roccati, da parte sua, ci mette tutta l’abilità possibile nell’evitare virtuosismi registici che avrebbero rischiato di trasformare Lucania in un mero esercizio di stile, mettendosi a totale servizio del suddetto racconto e posando con dolcezza infinita il film sulle spalle della sua eccezionale protagonista. Scelta assolutamente saggia, in grado di dar luogo ad un finale, forse non imprevedibile ma ad altissimo grado emozionale, dove tragedia e racconto di formazione finiscono con combaciare in una simbiosi pressoché perfetta. Come pure la figura di Lucia con quella della terra che fornisce il titolo all’opera di Roccati, in una metafora ardita ma molto sentita che non può lasciare indifferente anche un pubblico tricolore ormai purtroppo poco avvezzo ad operazioni di questo tipo.

Daniele De Angelis

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