Sons of Denmark

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Serpi in seno

Nell’introdurre la proiezione di Sons of Denmark al Bif&st 2019, laddove la pellicola è stata presentata nella sezione “Panorama Internazionale” a distanza di una manciata di mesi dall’anteprima mondiale alla passata edizione del Festival Rotterdam, Fabio Ferzetti ha speso parole importanti che hanno alimentato ulteriori aspettative nei confronti della pellicola di Ulaa Salim. Aspettative che sulla carta erano già piuttosto alte vista la scia di polemiche giunta alle nostre orecchie nelle settimane che hanno preceduto il passaggio alla kermesse pugliese. Polemiche, quelle piovute sulla pellicola d’esordio del cineasta danese, seguite all’uscita nelle sale scandinave e alle prime apparizioni pubbliche nel circuito festivaliero, dovute principalmente ai contenuti, alle tematiche scottanti e attualissime delle quali si è fatta carico, oltre che all’approccio alla materia che ne caratterizza la trasposizione sul grande schermo. Un approccio decisamente crudo, diretto e senza filtri, che è lo specchio che riflette un coraggio raro per un’opera prima. Ed è questo coraggio che ci sentiamo di tenere in considerazione in fase analitica, che bilancia in parte quei limiti strutturali, soprattutto di scrittura, che rappresentano il tallone d’Achille dell’operazione e del quale vi parleremo da qui a breve.
Ma facciamo un passo indietro per capire di cosa di tanto scomodo e scottante si è andato a occupare Salim nel suo Sons of Denmark. Siamo un anno dopo l’attentato dinamitardo a Copenaghen, con il Paese che appare sempre più radicalizzato e gli scontri etnici continuano ad aumentare. Due uomini non riescono ad accettare passivamente l’attuale situazione in Danimarca, una nazione che sembra prendersela con i suoi stessi cittadini, colpevoli solo di avere un passato di migrazione. Decidono così di reagire e la violenza pare l’unica strada percorribile. Ogni riferimento a fatti e persone reali ci ha tenuto a precisare l’autore sono puramente casuali, ma nell’assistere alle dinamiche pensate e messe in quadro dal cineasta danese è impossibile non pensare a quanto accaduto negli ultimi anni alle varie latitudini, compresi gli attacchi terroristici in terra scandinava. L’escalation di violenza legato alla radicalizzazione da una parte e al ritorno al nazionalismo dall’altra crea uno scontro destinato a lasciare una scia di sangue e di odio. Questi due opposti si incrociano in maniera devastante provocando un’implosione sullo schermo, del quale lo spettatore diventa testimone impotente e il regista arbitro nonché narratore spietato. Per farlo Salim non fa sconti a nessuno, condanna mostrando e non censurando. Ne viene fuori un film duro che intreccia politica, famiglia e generi. In tal senso, Sons of Denmark usa i codici del poliziesco per entrare a gamba tesa nel dramma sociale e familiare. Non sempre però il risultato è soddisfacente, perché incoerenze e passaggi poco credibili (su tutti l’epilogo) generano delle crepe nell’architettura tanto da farla instabile.
Quella di Salim è a conti fatti una pellicola che funziona a fasi alterne, nella quale fanno regolarmente a pugni elementi degni di nota e le tipiche incertezze degli esordi, quelle di chi vuole mettere in mostra tutta la mercanzia per fare colpo al primo tentativo, ma non trova la giusta misura rischiando in più riprese di perdere il controllo. Fortunatamente per il regista danese la pregevole confezione (che ricorda quella del connazionale Refn per l’uso di neon e di colori acidi), lo stile eclettico della messa in quadro e l’interessante scavo psicologico del personaggio principale, un poliziotto infiltrato in stile The Departed che rimane intrappolato tra due fuochi (interpretato in maniera assai convincente dall’esordiente Zaki Youssef), giocano un ruolo decisivo ai fini del giudizio complessivo, offrendo al film quelle certezze che il resto degli elementi in campo non sono riusciti a garantirgli. Ciò che resta è un’opera destinata per natura a fare discutere e a non lasciare indifferenti. Un’opera che mette lo spettatore con le spalle al muro e che rivela il talento ancora acerbo di un cineasta del quale siamo certi sentiremo presto parlare.

Francesco Del Grosso

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