Loft

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7.0 Awesome
  • voto 7

Distopie

Avevamo cominciato a familiarizzare con il cinema di Eckhart Schmidt, scrittore e film-maker tedesco di culto, durante la trentottesima edizione del Fantafestival, che lo aveva visto presente con una controversa, sconvolgente e a nostro avviso memorabile pellicola dei primi anni ’80: The Fan. Gradito è stato pertanto il suo ritorno in questa nuova edizione del festival, giacché il doppio programma a lui dedicato ci ha permesso di conoscere meglio questa filmografia assai ruvida, in cui sessualità libera, spirito anarcoide e riflessioni non peregrine sulle diverse forme di controllo sociale sembrano andare di pari passo.

Più in particolare, significativa è stata la riscoperta di Loft: lungometraggio dal taglio minimalista e dallo spirito orgogliosamente underground, realizzato nel 1985. Si parla perciò di un periodo in cui, sulla scia di quanto visto sul finire degli anni ’70, il pessimismo sociale e certe visioni cinematografiche apocalittiche erano ancora molto presenti, nel panorama internazionale. Scampoli di Guerra Fredda, in un certo senso. Ebbene, partendo tali premesse Eckhart Schmidt è riuscito a produrre un’opera autarchica, disturbante, non immune da una fiera e velenosa trasfigurazione della lotta di classe.
Si immagina infatti che, in un quadro di disfacimento generale e cruente lotte politiche, una giovane coppia di borghesotti annoiati capiti nel bel mezzo di una mostra, organizzata da un nucleo di artisti inclini alla sovversione. Gli eventi totalmente inaspettati che avranno luogo nello spazio angusto, claustrofobico della mostra serviranno anche, tramite una serie di sadici, crudeli confronti, a definire meglio la natura di ognuno.
Quasi un kammerspiel dal sapore post-apocalittico, Loft, da ricordare sia per la capacità dell’autore di creare tensione con risorse e spazi limitati, che per l’inquietudine socio-politica che vi serpeggia abbondantemente.

Decisamente più “leggera” (quanto la protagonista, spesso libera dalla costrizione degli abiti) la visione del corto What Dreams May Come, girato dal cineasta tedesco nel 2018: la suggestione offerta da un bel corpo femminile, ripreso spesso in interni, si sposa con un gesto d’amore nei confronti di Roma, la Città Eterna. Poco altro da aggiungere qui, se non il palpabile entusiasmo riversato dall’autore nello stesso atto di filmare.

Stefano Coccia

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