Intervista a Eckhart Schmidt

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Conversando con il cineasta tedesco, su The Fan… e non solo

Venerdì 7 dicembre, nel corso della 38esima edizione del Fantafestival, noi di CineClandestino abbiamo avuto modo di incontrare il tedesco Eckhart Schmidt, regista del cult movie datato 1982 che sarebbe stato poi proiettato in serata: The Fan. Di questo film, che all’epoca si era fatto notare diventando subito un piccolo caso, avevamo sentito parlare molto senza essere ancora riusciti a vederlo. Prima di colmare questo vuoto, abbiamo voluto parlare un po’ con l’autore, disponibilissimo, di cui ci hanno immediatamente colpito la sensibilità e l’eclettismo…

D: Noi non abbiamo ancora visto il film che verrà proiettato stasera al Fantafestival, però ci siamo informati e sappiamo che hai iniziato facendo giornalismo e critica cinematografica su alcune testate in Germania. Siamo curiosi di sapere cosa abbia significato per te partire da questa e da altre esperienze…
Eckhart Schmidt: Io ho cominciato come pittore, volevo frequentare anche l’Accademia Drammatica, poi però mi interessa la musica, mi interessa l’Amore, mi interessa il teatro, ed il cinema è tutto questo insieme. Allora quando ero molto giovane ho deciso di fare film e questo è stato quasi l’inizio. Sono sempre andato al cinema e prima di girare il film che vedrete stasera sono stato molto influenzato dal cinema italiano e dal cinema giapponese. Quello giapponese è stato un cinema molto stilizzato e non reale, non realistico. Mi ha sempre interessato la prospettiva di raccontare una storia vera ma non come la vita, con più stilizzazione, più artifici.

D: Parlando di cinema giapponese, più quello di autori “classici” come Mizoguchi o magari certi film di rottura realizzati proprio in quegli anni da Nagisa Ōshima?
Eckhart Schmidt: Ozu è stato il mio regista favorito, ed anche questi tre anni di cinema italiano mi hanno dato tutto, parlo del periodo 1960 – 1963. In quegli anni Pasolini ha girato Accattone, poi c’è stato Francesco Rosi con Salvatore Giuliano, Valerio Zurlini con Cronaca familiare, Visconti con Il Gattopardo, La notte di Antonioni e La dolce vita di Fellini. Tutti questi film in tre anni? In soli tre anni? Questo mi ha dato tutto per arrivare a fare un film come The Fan. È durato vent’anni il processo… intanto però, dopo il 1965, ho girato un film che si chiama Jet Generation. Questo è stato il mio primo film.

D: E di cosa parlava questo primo film?
Eckhart Schmidt: Per me sempre storie d’amore. Sempre. E la protagonista è quasi sempre una ragazza, coinvolta in una storia d’amore.

D: Anche molti registi della Nouvelle Vague, in Francia, hanno messo in primo piano storie d’amore…
Eckhart Schmidt: Certo, anche la Nouvelle Vague mi ha influenzato. Forse Godard, più degli altri…

D: E Truffaut, per i sentimenti?
Eckhart Schmidt: Per me in Truffaut c’è troppa imitazione del cinema americano. Anch’io ho amato il cinema americano, ma mi ha influenzato di più il cinema italiano. Questa è stata l’influenza più grande per me.

D: Anche per questo hai un grande amore per l’Italia, che ti ha portato a girare film e ambientarci dei libri?
Eckhart Schmidt: Sì, è vero. Più in generale, per me è sempre la protagonista che porta la storia. Anche in The Fan, il film di stasera, la descrizione della protagonista è stata influenzata dalla realtà, perché io ho potuto osservare da vicino uno show televisivo con molte star internazionali come la Streisand, come Stallone, come De Niro. Il sabato sera abbiamo fatto uno show di varietà e ho visto come sono le star e come sono le loro fan: vengono e fanno di tutto, pur di conoscere queste star.

D: L’idea è venuta dall’osservazione di questo rapporto, quindi, di queste tipologie umane?
Eckhart Schmidt: Sì. Ho scritto una novella, come diario di un fan (“Der Fan – Tagebuch einer Sechzehnjährigen”, N.D.R), prima di fare il film.

D: Ah, quindi è venuto prima il romanzo?
Eckhart Schmidt: Esatto. Poi questo libro è stato un grande successo ed allora ho deciso di fare un film, dalla mia storia. La storia di base era più realista. Ma io ho pensato di fare il film andando su un altro livello. Sono approdato al livello di immagine da me scelto, che è molto stilizzato. Tutto molto stilizzato. Ciò ha comportato raccontare la storia su tre livelli. Uno è il livello realista, poi quello che consiste nel domandarsi come funziona un certo sistema, il rapporto tra star e fan, infine il funzionamento della relazione tedeschi-Hitler, italiani-Mussolini, perché anche a questa relazione si allude.

D: Sottotesti politici forti, quindi?
Eckhart Schmidt: Già, ci sono dei sottotesti. Infatti ho girato molte riprese che sembrano fatte da Leni Riefenstahl, una vera e propria citazione di Leni Riefenstahl. E questo è un livello del film. Un altro livello è rappresentato dal mito africano. Nel mito africano tu uccidi il tuo nemico così da poterlo anche mangiare. E la forza del nemico va dentro di te.

D: Eccoci dunque al cannibalismo!
Eckhart Schmidt: Si, il cannibalismo. Messi insieme questi tre lati raccontano il film. E per questo non è solo la storia di una “fan”, ma qualcosa di più. E tutto è molto stilizzato, come dicevamo prima.

D: Nella messa in scena di tutto questo, possiamo immaginare, c’è anche una certa crudezza, che può andare in direzione del cinema di genere… giusto?
Eckhart Schmidt: Vero, l’aspetto strano è che questa altra parte del film non è stata vista all’epoca, è stata notata solo oggi. La critica oggi può vederlo, la critica negli anni 80 non ne ha parlato, fermandosi alla relazione tra fan e star.

D: Ci sembra di capire che costoro siano rimasti in superficie, senza andare più in profondità…
Eckhart Schmidt: Al contrario oggi si vede tutto. Penso che oggigiorno la gente sia più informata e conosca di più tutti gli aspetti del cinema, dell’immagine. E sono molto contento che Tarantino ad esempio ami questo film. Glielo hanno mostrato a Capodanno nel suo cinema a Beverly Hills.

D: Sappiamo comunque che The Fan, sin dal momento della sua uscita, ha avuto una grossa risonanza, anche a livello internazionale
Eckhart Schmidt: Sì, sì, questo è verissimo. Film molto visto adesso a New York. Ed il successo è grande a Londra, San Francisco, Los Angeles, Dallas e persino in Lettonia.

D: Abbiamo letto anche, però, di una diatriba che è andata avanti a lungo con la giovane protagonista del film, per via di alcune scene girate… vuoi dirci qualcosa di questa storia?
Eckhart Schmidt: Provo a riassumervi come sono andate le cose, da dove nasce la polemica: io avevo fatto lo storyboard di ogni ripresa. Perché lei era molto giovane e quindi l’abbiamo incontrata col suo manager, per mostrarle come avrei girato il film. C’era allora uno storyboard e io ho fatto la scena proprio come nello storyboard. Tutto è stato bellissimo. Io mi sono innamorato guardando lei in quelle scene. Bella. Perfetta. Ecco, lei ha fatto tutto alla perfezione. Poi però le abbiamo mostrato il film alla presenza del suo manager, sicché lei ha detto che due riprese non le piacevano. E ha minacciato subito di farmi causa. Per me era tutto ok. Non poteva assolutamente vincere. C’è stato poi un grande scandalo. Ma a decidere in mio favore è stato un giudice donna, cui io ho mostrato lo storyboard, lei ha visto anche il film e a quel punto ci si è chiesti: dove è il problema? Non c’era problema neanche per lei, perché avevo fatto esattamente quello che era stato stabilito prima. Così la protagonista ha perso la causa.

D: La faccenda a quel punto è rientrata? E siete poi riusciti a recuperare il vostro rapporto?
Eckhart Schmidt: Innanzitutto questo è stato comunque uno scandalo, perché all’epoca lei era ancora minorenne, 17 anni, ed avevamo girato il film quando lei aveva 16, 17 anni. Lo scandalo ha poi aiutato il film, che è stato un successo, ma non ha aiutato me, perché io volevo girare ancora tre film con lei. Sul set ero stato molto, molto contento di lei, dopo però sono stato parecchio triste, avendo già scritto un altro film per lei al quale l’attrice ha detto subito no. Ho scritto ancora un altro film con lei dentro. E lei ha detto no un’altra volta. Adesso invece è circa mezzo anno che è mia amica su Facebook.

D: Un’altra cosa che vorremmo chiederti, partendo dal rapporto tra fan e cantante posto al centro del film, è il tuo interesse per la musica. Ci risulta che tu abbia pubblicato anche qualcosa a riguardo…
Eckhart Schmidt: La musica è sempre stata tra le mie passioni. Ho pubblicato una rivista punk a Monaco e tutto il gruppo dei punk l’ho frequentato. Ma anche la New Wave. Ho fatto amicizia con Patti Smith, David Byrne, Talking Heads, anche con Bryan Ferry. Per non parlare poi della mia band preferita che è Siouxsie and the Banshees, un gruppo molto radicale, molto anarchico.

D: Ma hai provato anche a suonare o a formare una band?
Eckhart Schmidt: No, no, no, ma vado sempre coi miei tempi. Ho amato il rock and roll, ballando come un pazzo tutta la notte fino al mattino. E poi anche i Beach Boys. La New Wave. E aggiungiamoci il rap, sono anche appassionato di rap, tant’è che ho fatto un film con Wu-Tang Clan. Oggi, per dire, siamo approdati a bachata e reggaeton, la musica popolare che mi piace!
Ed ero passato, variando ancora, attraverso documentari sulla musica classica…

D: A questo punto, visto che abbiamo parlato del cinema italiano, del Giappone, di grandi musicisti internazionali, viene spontaneo chiederti se c’è interesse, da parte tua, anche per qualche musicista tuo connazionale e per il cinema tedesco…
Eckhart Schmidt: Il cinema tedesco? C’è? C’è un cinema tedesco?

(Risata generale)

D: Ok. Ecco perché non ne parlavamo. Cinema tedesco kaputt?
Eckhart Schmidt: Sì. Troppi soldi, troppa influenza della televisione. È per questo. Tutti vivono bene, tutti hanno un palazzo a Ibiza, o in qualche altro paese, ma il film al box office non funziona.

D: Non c’è anima, quindi, in questo cinema?
Eckhart Schmidt: No, in compenso tutti vivono bene perché sono pagati dallo Stato. Perché pensare al pubblico se tu puoi fare soldi con la produzione? Fai soldi con la produzione, non con il pubblico. Di quel sistema lì non mi importa più molto…

D: Sappiamo anche, però, che continui a fare molto film, perciò vorremmo chiederti in chiusura del cinema che stai facendo adesso, visto che sei ancora così attivo.
Eckhart Schmidt: Io ho fatto due cicli romani. Il primo ciclo romano è composto da 9 film, girati tutti a Roma. E ho girato un altro ciclo che sta uscendo adesso, il ciclo romano n. 2, con 13 film realizzati alcuni a Roma e altri a Palermo.

D: E con quali modalità di fruizione, per concludere, sono stati proposti al pubblico?
Eckhart Schmidt: Allora, hanno mostrato il primo ciclo per intero a Trieste, durante il festival I Mille Occhi. Poi sono usciti anche in dvd e Blu-Ray, sono quindi recuperabili.
Sono rimasto sempre molto attivo e queste sono sempre storie d’amore, ma d’amore diverso. Sono storie anche mitologiche, storie di religione, in cui magari c’è Dio che dice che il mondo è finito, ma c’è anche una ragazza coi suoi pensieri che sopravvive a questa fine del mondo. Io credo che l’amore sia la cosa più importante e c’è sempre la citazione di una frase di Dante, le ultime parole della Divina Commedia ovvero “l’amor che move il sole e l’altre stelle’. Ma io credo proprio questo. Ecco, io faccio film con amore. Raccontano dell’amore. E questo per me è molto importante: io non ho mai fatto un compromesso nella mia vita, mai. Ho sempre fatto quello che voglio, sempre.

Michela Aloisi e Stefano Coccia

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