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Les roches rouges

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VOTO: 8,5

La costiera rossa dei dannati

Dopo tanti film ambientati nella Côte d’Opale, luogo peraltro in cui ha scelto di vivere, Bruno Dumont cambia location per la parte opposta della Francia, la Costa Azzurra, per il suo nuovo film, Les roches rouges (Red Rocks), presentato nella Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes 2026. I luoghi nel cinema del cineasta, spesso paesaggi naturali, aspri, estremi, come noto, sono fondamentali anche nella dimensione pittorica del suo cinema. Dalla geografia acquitrinosa e salmastra, dalle lunghe spiagge bianche, i prati e le dune di sabbia, dai colori opali che danno il nome alla costa francese sulla Manica, fonte di ispirazione per Camille Corot, Dumont passa alla costiera rocciosa a strapiombo sul mare, da un paesaggio dove il confine tra terra e mare è graduale, dove l’acqua si infiltra nella terraferma, a uno in cui invece tale confine è netto e brusco.
Come dice il titolo il film è ambientato in un territorio dominato da formazioni rocciose dal raro e anomalo colore rosso dovuto all’origine vulcanica, che risalta e differenzia quel territorio roccioso rispetto ai paesaggi limitrofi. Siamo sulle coste del Massiccio dell’Esterel che si protende sul Mediterraneo, nei paraggi di Saint-Raphaël e della Corniche d’Or. Luoghi dipinti da Matisse, Braque, Bonnard. Il film è soprattutto girato nella località di Cap Dramont, in cui vi è anche quel gigantesco cavalcavia ferroviario sotto il quale si ritrovano i bambini protagonisti del film, simbolo di un’antropizzazione massiccia e invasiva come quella di una volta, l’esibizione di un manufatto umano in grado di competere per imponenza alla natura circostante. Nel fluire del film, spesso i dettagli dei giochi dei bambini sono intervallati da vedute in campo lungo di quella cittadina costiera, percorsa dal trenino della riviera. Come sentono i bambini del film, origliando i discorsi di alcuni adulti, quei luoghi in Costa Azzurra erano un tempo humus della bella vita, del turismo d’élite che ha massacrato quel paesaggio romantico per farne una spianata di residence per turisti. Ormai non ci sono più i night club di una volta, osserva uno di questi adulti, ascoltato dai bambini: la Costa Azzurra ha perso quel ruolo elitario che si evinceva dall’incipit di Caccia al ladro di Hitchcock, con quell’immagine di un’agenzia viaggi americana con i poster che magnificano la riviera francese. La Costa Azzurra di oggi, colta da Dumont, è una distesa di pini marittimi e ville dell’aristocrazia dell’epoca, come quelle abitate dalle famiglie più facoltose dei bambini del film.
Les roches rouges è un film sull’infanzia, dove protagonisti sono solo i bambini di quella combriccola che si trova sugli scogli. Un film dalla esilissima narrazione, dai dialoghi rarefatti, una messa in scena dei piaceri primigeni e fisiologici, di una gioia di vivere incarnata dai bambini, la cui energia vitale si esprime nell’arrampicarsi su quelle rocce rosse, per tuffarsi dall’alto e fluttuare, immergersi e galleggiare in quel mare caldo d’estate. Un’attività peraltro illegale, che viola le regole declamate dalle imbarcazioni municipali, che ricordano il divieto di tuffarsi. Dumont segue quella fase del suo cinema dedicata all’umanità viscerale, fatta di pulsioni istintive, che già inizia con il suo primo lungometraggio L’età inquieta, laddove i bambini di questo film, con i loro motocicli, che pure non possono guidare, ripercorrono le scorribande delle gang giovanili dell’esordio del regista. Ma il film che più si avvicina a questo è evidentemente Twentynine Palms, un’opera fatta esclusivamente di pulsioni animali, laddove l’età dei protagonisti di questo film non contempla ancora una dimensione sessuale compiuta, ma solo un principio. Ci sono i bacetti infantili, gli abbracci, gli innamoramenti precoci ma non mancano gli istinti di morte. E a tratti il film, dell’appassionato di genere, di fantascienza ma anche di horror, Dumont, vira verso Il villaggio dei dannati o Il signore delle mosche, verso il manifestarsi di una malvagità insita nell’umanità, già presente in nuce nell’infanzia, come del resto la sessualità.
C’è anche una digressione fiabesca, alla Lazzaro felice, in cui due della compagnia prendono il treno per superare il confine di stato italiano a Ventimiglia e raggiungere la dimora lussuosa, con grande giardino incolto, dei nonni di Eve. Géo, il bambino biondino protagonista, ha il volto e le fattezze dei personaggi ‘primitivi’, diversamente cinematograficamente abili di Ma Loute o P’tit Quinquin. Dumont lo filma, insieme ai suoi amichetti, mentre si arrampica su quelle rocce rosse per poi tuffarsi, in quella loro esistenza materica, incontaminata. A parte una sequenza in cui il bambino scala una parete rocciosa, in cui è evidentemente filmato in piano mentre percorre a carponi una superficie piana in orizzontale, dando l’illusione che sia una scalata su una parete verticale, non sembrano esserci trucchi ottici, né ovviamente digitali, se non per i piccoli ritocchi del caso. In questo Eden minerale e assolato, sospeso tra innocenza e crudeltà, Bruno Dumont ritrova forse la forma più pura del suo cinema.

Giampiero Raganelli

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