Non oltrepassare quel muro
Ci sono progetti cinematografici capaci a scatola chiusa di fare già tanto rumore, assordante al punto tale da attirare su di sé l’attenzione e la curiosità del pubblico ancora prima di approdare sul grande schermo. È il caso di Backrooms, che al suo debuttato ha registrato un incredibile 90% di voti positivi su Rotten Tomatoes. Per quei pochi che non ne avessero mai sentito parlare si tratta dell’esordio nel lungometraggio del giovanissimo Kane Parsons, a.k.a. Kane Pixels, nato dal fenomeno horror globale che ha terrorizzato il web e che ora diventato un film prodotto dalla A24, con la complicità di James Wan, in uscita nelle sale nostrane con I Wonder Pictures il 27 maggio 2026, ben due giorni prima dell’uscita americana e in anticipo rispetto a tutti gli altri Paesi del mondo.
Tutto è partito da una foto inquietante pubblicata sulla rete nel 2019: una stanza vuota con le pareti gialle. Gli utenti ci hannopoi ricamato sopra dando vita a una vera e propria leggenda metropolitana e creepypasta (quelle storie che gli internauti si inventano e condividono online per spaventarsi a vicenda) basata su un labirinto infinito e sule cosiddette “stanze sul retro” della realtà, dove si viene risucchiati senza via d’uscita. Idea, questa, alla quale il regista britannico nel 2022 ha attinto per creare la webserie omonima di YouTube, composta da 22 video found footage virali della durata variabile (spaziano tra i trenta secondi ai tre quarti d’ora) che ha fornito lo spunto per la suddetta pellicola che a sua volta estende ulteriormente il mito. È questa la genesi di quello che nelle mani dello stesso Parsons ha preso la forma e la sostanza audiovisiva di un survival horror psicologico che punta tutto sulla claustrofobia e sull’angoscia degli spazi, dove l’orrore nasce dall’isolamento, da luci al neon ronzanti e dal senso di smarrimento fuori dalla realtà.
Insomma siamo al cospetto di un’operazione di marketing in piena regola che vede l’hype aumentare in maniera febbrile e vertiginosa anche grazie al coinvolgimento di un cast di tutto rispetto, nel quale spiccano i candidati all’Oscar Renate Reinsve e Chiwetel Ejiofor nel rispettivi ruoli di una terapista che si avventura in una dimensione ultraterrena alla ricerca di una persona scomparsa, sua paziente. Siamo negli ancora analogici anni Novanta. Clark è un architetto fallito: ansioso, lasciato dalla compagna, si ritrova a vivere nel suo stesso discount di mobili per la casa. È in cura presso la psicanalista Mary, che a sua volta affronta il suo percorso di difficile equilibrio interiore. L’assurdo irrompe però nella vita di Clark: scopre nel seminterrato del negozio, attraverso una parete invisibile, l’accesso a un labirinto di stanze apparentemente infinito, con strutture e planimetrie senza senso, arredato con elementi sparsi e fuori contesto. È certo di non stare sognando, ma il suo tentativo di confidarsi con Mary si scontra con la ferma incredulità di lei. A Clark non rimane che addentrarsi nell’esplorazione, ma quei corridoi non sembrano disabitati… Come degli Orfeo ed Euridice, i due personaggi principali attraversano una strana porta apparsa nel seminterrato di uno showroom di mobili per poi penetrare, loro malgrado, in un dedalo di corridoi interminabili, stanze, cunicoli, botole, passaggi, divisori (im)mobili, maniglie, carta da parati, oggetti domestici accatastati o seppelliti come dopo un’apocalisse, segnali stradali, scale di Escher, illusioni ottiche, nonluoghi di Marc Augé e prospettive spigolose alla de Chirico.
Per questa espansione sulla lunga distanza di Backrooms, Parsons fa leva sull’angoscia, lo spaesamento e su una forte sensazione perturbante che pervade tutto, così da tenere in apnea lo spettatore di turno per l’intera durata del film. Convinto, alla pari dei produttori, che il background e la fama accumulati in precedenza dalla matrice bastasse ad alimentare una timeline, l’autore prova neanche troppo furbescamente a mescolare quanto sopra con gli escamotage e gli stilemi del P.O.V., del found foutage e degli spazi circoscritti (alla Cube), per costruire un racconto dell’orrore popolato da mostri invisibili e presenze ostili che dopo essersi accartocciato su se stesso finisce con lo smarrirsi a sua volta nei meandri confusi, troppo celebrali, di premesse risultate deboli e di una drammaturgia davvero fragile. Un vorrei ma non posso di intenzioni purtroppo non andate a buon fine che deludono – per quanto ci riguarda – le attese piuttosto alte di un progetto che sulla carta aveva un potenziale enorme a disposizione (interpreti compresi), che a conti fatti è stato vanificato.
Francesco Del Grosso









