Sotto un manto di asteroidi
Nella vetrina che il Bolzano Film Festival Bozen ogni anno dedica alle pellicole per bambini e ragazzi denominata “Lili – Little Lights” non poteva di certo mancare il vincitore dell’Orso di Cristallo di “Generation 14plus” della 74esima Berlinale. Ecco allora che nell’apposita sezione della 38esima edizione della kermesse altoatesina ha trovato spazio l’opera prima di Sasha Nathwani dal titolo Last Swim.
L’esordio del regista nato a Londra da madre iraniana e padre indiano ci porta al seguito di Ziba, una giovane ambiziosa e intelligente che con l’autore condivide nazionalità e origini. Coscienziosa e sensibile, la ragazza si abbandona anche a un certo nichilismo romantico, dovuto forse alla sua passione per l’astronomia o al desiderio di tempi più felici. Sebbene sia l’unica del suo affiatato gruppo di amici ad aver ottenuto buoni risultati agli esami di fine scuola, fa fatica a rimanere ottimista. Lei e le sue amiche vogliono trascorrere una giornata insieme nella calda estate della metropoli britannica e assistere a un evento celeste unico. Segretamente, Ziba sta progettando un passo irreversibile che – nella sua mente – le restituirà il controllo della sua esistenza. Intrappolata tra una profonda passione per l’essere viva e un irrefrenabile desiderio di porre fine al dolore e alla paura della sua attuale realtà, Ziba deve imparare a lasciar andare i suoi sogni adolescenziali e ad affrontare l’incertezza.
Il tutto si consuma nell’arco temporale di ventiquattro ore. Tante ne sono bastate a Nathwani, con la complicità in fase di scrittura di Helen Simmons, per portare sullo schermo un capitolo breve, seppur cruciale, di un romanzo di formazione, con relativi temi e archetipi principali annessi. Last Swim ha dunque tutto quello che serve narrativamente e drammaturgicamente per presentarsi al pubblico come il più classico dei coming-of-age, comprese quelle similitudini e assonanze nel plot e nel disegno generale dei personaggi che riporta la mente a Dazed and Confused, Superbad, Booksmart e per certi versi a Saltburn, in cui uno studente dell’Università di Oxford si ritrova attratto dal mondo di un affascinante e aristocratico compagno di classe, che lo invita nella vasta tenuta della sua eccentrica famiglia per un’estate indimenticabile. Anche per Ziba, interpretata con partecipazione e intensità da una convincente Deba Hekmat, sarà nel bene e nel male un’estate indimenticabile, perché la porterà ad affrontare momenti difficili e a prendere decisioni complesse dalle quali dipenderà il resto di un’esistenza messa suo malgrado seriamente in discussione.
Di ciò che mette a rischio la vita della protagonista ne verremo gradualmente a conoscenza solo quando con un imprevisto quanto spiazzante e doloroso twist, l’autore e il co-sceneggiatore decideranno a ¾ circa della timeline di sferrare un pugno alla bocca dello stomaco dello spettatore cambiando improvvisamente pelle e registro al film, alla storia e al destino della figura principale. E proprio quando l’opera in questione sembra assestarsi sui placidi cliché e stereotipi del film di formazione e generazionale, veniamo colti di sorpresa da un evento sorprendente. Dai toni più leggeri del teen-movie si passa così al teen-drama con l’innesto nel racconto non più lineare a una frammentazione di ricordi e flashback che portano a galla la verità, giustificando tutti quei comportamenti anomali, gesti e sguardi che sembrano preannunciare un addio, frasi a mezza bocca intervallati da abbracci, ai quali assistiamo per l’intera prima parte del racconto. Da quel turning point le emozioni mutano di temperatura e acquistano altra forma facendosi più calorose ed emotivamente impattanti come nel caso della scena della metropolitana e immediatamente dopo quella dell’incidente all’esterno della discoteca. Sta in questa mutazione genetica di registro, veste ed emozioni il fattore di crescita di un’opera che fino quel punto di svolta aveva convinto solo in parte.
A rimanere invariati invece sono lo stile e la confezione, figlii di un linguaggio e di un’estetica da teen che ben si addice al filone. I precedenti nel mondo del videoclip di Nathwani in questo sono stati utili, con la musica onnipresente che detta le regole, influenza il ritmo e lo scandisce come fosse punteggiatura grammaticale. Un lavoro di sottrazione in tal senso avrebbe fatto bene, ma è un peccato di gola di un giovane regista di indubbio talento che promette bene sul quale possiamo chiudere un occhio.
Francesco Del Grosso









