La meccanica delle ombre

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7.0 Awesome
  • voto 7

Tra due fuochi

Nell’edizione del Torino Film Festival che vede un solo rappresentante nostrano (I figli della notte di Andrea De Sica) nel concorso ufficiale di Torino34 (nel 2015, invece, se ne contavano ben quattro), un altro pezzettino d’Italia lo si può trovare in La mécanique de l’ombre (traduzione fedele per il titolo italiano, cioè La meccanica delle ombre) e per la precisione in uno dei tasselli che va a completare il ricco e prestigioso cast. Quel tassello è occupato dalla nostra Alba Rohrwacher che, nell’opera prima di Thomas Kruithof, veste i panni di Sara. Il suo non è un ruolo centrale e dal personaggio che interpreta non dipendono le sorti di nessuno, tantomeno del protagonista, ma serve comunque ad alimentare in qualche modo la sua carriera fuori dai confini nazionali. Della serie tutto fa brodo. A tal proposito, prossimamente la vedremo impegnata nella nuova pellicola di Arnaud Desplechin dal titolo Les fantômes d’Ismaël, al fianco di nomi di richiamo come quelli di Marion Cotillard, Charlotte Gainsbourg e Mathieu Amalric. Da quest’ultimi c’è sempre qualcosa da imparare, così come dai colleghi che figurano insieme a lei nel cast della pellicola di Kruithof, tra cui François Cluzet, Denis Podalydès e Sami Bouajila. Nel frattempo, però, deve confrontarsi ancora una volta con l’ennesimo personaggio fotocopia di una filmografia dove i doppioni iniziano ad abbondare. Qui è un’infermiera con problemi di alcool che frequenta lo stesso centro di disintossicazione di Duval, un contabile di mezza età da tempo in cerca di un impiego, che un giorno accetta di lavorare per una misteriosa organizzazione che gli chiede di trascrivere delle intercettazioni telefoniche.
A una prima lettura la mente non può che tornare per analogie e richiami più o meno voluti a La vita degli altri e soprattutto a thriller paranoici degli anni Settanta del calibro di La conversazione e I tre giorni del Condor, proprio per le argomentazioni trattate (il controllo e la violazione della privacy) e per le atmosfere che fanno da cornice alla storia, ma l’esordio di Kruithof per quanto ci riguarda va ad attingere a piene mani da altro, ossia dalla produzione hitchcockiana. Con le pennellate tipiche del maestro britannico, il cineasta francese disegna un mistery a tratti ansiogeno e asfissiante, che sa come tenersi stretta l’attenzione del fruitore di turno fino all’ultimo fotogramma utile, che coincide con la resa dei conti sulle tribune di uno stadio completamente deserto.
Attenzione, non è della sapiente costruzione della suspense della quale Hitchcock è stato un insuperabile maestro, ma di altri elementi ricorrenti e fondanti del suo cinema che lo script si alimenta. Questo perché Kruithof non punta tanto a quel fattore, anche se in alcuni passaggi puntellati da cambi improvvisi di ritmo e assordanti silenzi sembra quasi volerci provare. Ciò a cui La mécanique de l’ombre mira è più di ogni altra cosa la situazione base intorno alla quale il celeberrimo regista inglese ha costruito una fetta cospicua della propria filmografia, che rappresenta in modo esemplare la concezione che lui ha sempre avuto della condizione umana. Stiamo parlando dell’individuo ingiustamente accusato, braccato dalle forze dell’ordine e non che disperatamente tenta di dimostrare la propria innocenza (vedi Il pensionante, Io ti salverò, Il ladro, Io confesso, Intrigo internazionale e Frenzy). In tal senso, come molti dei protagonisti delle pellicole citate anche il Duval interpretato da un bravissimo François Cluzet rimarrà invischiato in un pericoloso intrigo politico che vede coinvolti i servizi segreti francesi. Di conseguenza, è l’apprensione nei confronti del suo destino, di come e se riuscirà a cavarsela senza bruciarsi tra i due fuochi dove è costretto a stare per tentare di sopravvivere e non essere stritolato, il pedale sul quale l’intero script spinge per giungere al traguardo. Esattamente come aveva provato a fare nel 1995, ma non con gli stessi risultati, John Badham con il fiacco Minuti contati. Al contrario, risulta difficile per colui che guarda un film come La mécanique de l’ombre, grazie a una scrittura più solida e a interpretazioni più convincenti, prendere le distanze da tutto questo, perché è l’uomo comune gettato in una situazione estrema a chiamare di default la catarsi dello spettatore. E qui ci si imbatte anche in un altro gene chiave del DNA drammaturgico e tematico di Hitchcock, ossia  il caso, con un avvenimento imprevisto che finisce con lo sconvolgere “l’ordine” dell’esistenza di un personaggio comune, simile a tanti altri, simile allo spettatore, e lo precipita in un incubo ad occhi aperti. Da lì deve uscire, per la sua salvezza o la sua perdizione, facendo ricorso solo sulle sue forze. In più Duval non è esattamente uno stinco di santo e ciò lo rende più tridimensionale e fragile, un non eroe dei giorni nostri che tenta di non affogare in una vasca piena zeppa di squali. Da questo punto di vista, Kruithof è stato abile nell’evitare accuratamente qualsiasi tipo di manicheistica e perfetta divisione tra buoni e cattivi, innocenti e colpevoli, in quanto gli uni sono le maschere e il doppio degli altri. Il protagonista di La mécanique de l’ombre è lo specchio che riflette i due estremi.

Francesco Del Grosso

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