La larga noche de Francisco Sanctis

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8.0 Awesome
  • voto 8

Una porta sul vuoto

E’ stata senza ombra di dubbio una delle visioni più intense e coinvolgenti della 26esima edizione del Noir in Festival, dove figurava nella rosa degli otto titoli in concorso. Se ne era già parlato un gran bene già all’epoca dell’anteprima mondiale in quel del Festival di Cannes 2016 lo scorso maggio, dove era stata una delle rivelazioni della sezione Un Certain Regard. Poi una serie di riconoscimenti e consensi raccolti nel circuito festivaliero internazionale hanno aumentato le sue quotazioni, ma anche la la nostra curiosità. Per quanto ci riguarda è il vincitore morale della kermesse lombarda e ci auguriamo con tutto il cuore che riesca prima o poi a trovare una qualche distribuzione nelle sale italiane. Per il momento ci accontentiamo di essere riusciti a recuperarlo. Stiamo parlando di La larga noche de Francisco Sanctis, la folgorante opera prima di Francisco Márquez e Andrea Testa, libero adattamento dell’omonimo romanzo di Humberto Costantini del 1984.
Siamo nella Buenos Aires del 1977. Nonostante il clima di terrore della dittatura, l’impiegato quarantenne Francisco Sanctis continua a condurre una vita tranquilla con la moglie e due bambini. la sua unica preoccupazione è un’eventuale promozione dove lavora. Un pomeriggio, però, lo chiama Elena, un’ex compagna di università che non vedeva da vent’anni, per chiedergli l’autorizzazione a pubblicare una poesia rivoluzionaria sul giornale dell’ateneo. Quando i due si incontrano, però, la donna confessa che la storia della pubblicazione era un pretesto. E così gli consegna un indirizzo e due nomi di persone che stanno per essere sequestrate dai militari. Ha inizio la lunga notte di Francisco Sanctis, che deve decidere se salvare la vita di due persone che non conosce mettendo a rischio la propria.
Letta la sinossi vi starete chiedendo, almeno quanto noi prima di avere avuto l’opportunità di vederne gli sviluppi sul grande schermo, cosa di interessante e di nuovo potesse avere l’ennesima pellicola incentrata sugli anni della Dittatura argentina e sulle sue efferatezze. Sulla carta nessuno, perché sono veramente tantissime le opere che direttamente on indirettamente se ne sono occupate, quindi trovare una voce fuori dal coro capace di offrire a una platea qualcosa di diverso non era per niente facile. Tante cinematografie, in particolare quelle latinoamericane, ne hanno rievocato e ricostruito i fatti e approfondito i molti aspetti. Torna alla mente il dolorosissimo e crudo La notte delle matite spezzate di Héctor Olivera. Persino l’Italia ha detto la sua con Complici del silenzio di Stefano Incerti. Ebbene quella mosca bianca esiste ed è proprio La larga noche de Francisco Sanctis.
Quella co-diretta da Francisco Márquez e Andrea Testa è un’opera che racconta la Dittatura da una prospettiva inedita. Il carattere inedito viene dall’avere scelto di raccontare quell’epoca di terrore, tensione e oppressione, dal punto di vista di un cittadino qualunque e non da quello di un militante o di un militare. Spesso ci si è dimenticati che le vere vittime della Storia sono state le persone comuni ed è stato il loro agire o no a determinarne il destino. Questo fa di La larga noche de Francisco Sanctis un film sulla responsabilità civica, che parla di un cittadino non schierato politicamente che in un giorno come tanti, trovandosi a un bivio, viene chiamato a prendere una decisione dalla quale dipenderanno le vite degli altri e forse anche la sua. Non è un eroe per caso, ma qualcuno che dopo un lungo letargo è costretto a svegliarsi. La sua sarà una vera e propria trasformazione, consumata nell’arco della lunga notte citata nel titolo. Ciò lo rende anche un film astratto, che affronta suo modo un tema universale.
Non c’è morale in tutto questo, poiché la coppia di registi argentini hanno voluto e saputo metterla da parte sin dalla fase di scrittura, aiutati nell’arduo compito dalle pagine di Costantini. Piuttosto c’è un messaggio chiaro e preciso che nel finale, solo apparentemente aperto che non vi sveleremo e che non coincide con quello del libro, rende perfettamente l’idea di cosa si sta parlando e di come si è deciso di farlo. La cosa veramente incredibile è che nessuno, in tutti questi decenni, ci aveva mai pensato, o meglio, pensato a sufficienza. Sta qui il grande merito del film, la sua grandissima forza e l’elemento di spicco che lo differenzia dalla sterminata filmografia sull’argomento. E la cosa ancora ancora più incredibile, che ne arricchisce ulteriormente il valore, è il fatto che il tutto porti la firma di due cineasti Under 30, che di quel periodo hanno solo una memoria storica collettiva, dei riferimenti e un immaginario iconografico e audiovisivo che proviene dai materiali di repertorio. Di conseguenza, non da un’esperienza diretta, poiché all’epoca non era nemmeno nati.  Ciononostante, a parere di coloro che l’hanno vissuta, il film è riuscito a rievocarne e a restituirne sullo schermo in modo estremamente veritiero le atmosfere e le sensazioni. Eppure la dittatura e i fatti rimangano sempre sullo sfondo, senza palesarsi mai. Ci sono però disseminate nella timeline segnali e simboli che la richiamano costantemente, quanto basta per farci respirare l’aria di tensione e paura di quegli anni, attraverso una sensazione persistente di minaccia latente pronta a deflagrare sullo schermo da un momento all’altro. Ed è proprio questa sapiente ed efficace costruzione e conservazione della tensione, presente dal primo all’ultimo fotogramma utile, uno dei punti di forza dell’opera. Una presenza, questa, che ci ha fatto pensare più di una volta di esserci trovati al cospetto di un thriller dalle venature noir, non di un film drammatico.
Basterebbero questi pochi e riusciti elementi a giustificare il voto in pagella che abbiamo deciso di attribuire a La larga noche de Francisco Sanctis. Ma non è tutto. I complimenti, infatti, vanno estesi anche alla messa in quadro. Márquez e Testa, nonostante siano alla prima prova sulla lunga distanza, dimostrano una maturità e una conoscenza della macchina cinema elevate. Il rigore formale che caratterizza il loro stile asciutto ed essenziale (mai un’inquadratura di troppo) è perfettamente funzionale con la scrittura altrettanto chirurgica (la durata del film ne certifica la capacità di sintesi). I tempi lunghi con quadri fissi, i pedinamenti tra le strade in steadycam e l’attaccamento al protagonista (il bravissimo Diego Velàzquez) che riportano la mente a Il figlio di Saul, sono la cartina tornasole di questo modus operandi.

Francesco Del Grosso

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