Il figlio di Saul

0
8.0 Awesome
  • voto 8

L’agnello di Dio

L’Inferno e la Religione. Due istanze contrapposte che da sempre si fronteggiano, si combattono, si elidono. Oggi come ieri. Ieri, in un passato mai abbastanza remoto, nella pagina più nera della Storia dell’epopea umana. Il figlio di Saul – opera d’esordio dell’ungherese László Nemes, vincitrice del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2015 – ci riporta ai campi di sterminio nazisti nella Polonia occupata del 1944. Anzi, vi getta lo spettatore senza filtri e “a corpo morto”, attraverso i sofisticati mezzi in possesso del Cinema. Il rigore dell’estetica si sposa pienamente con l’etica dell’urlo di indignazione: Il figlio di Saul è girato in una sorta di semi-soggettiva del personaggio principale, quel Saul detenuto come Sonderkommander (ebreo deputato a condurre alla morte altri ebrei) nel campo. La cinepresa digitale di Nemes lo pedina senza sosta, ne sposa lo sguardo, spesso il punto di vista diretto. La sensazione di soffocamento da overdose di orrore diventa tattile, paurosamente percepibile anche dal pubblico. Esterno, ma fino ad un certo punto. Lo scempio nazista rimane in prevalenza fuori campo, perché l’occhio di Saul – coincidente con il nostro – cerca inutile protezione, provando a non vedere. Impresa impossibile: il male è dappertutto, nei suoni e nell’aria che si respira. Saul, nome biblico del primo Re d’Israele, anche qui raduna il gregge; portandolo però, anche se non per responsabilità diretta, alla fine più turpe. Il senso di colpa non può non manifestarsi, divenire una, tanto fedele quanto terribile, ombra: un bambino sopravvive alle camere a gas, per poi essere comunque ucciso dai soldati tedeschi. Saul (interpretato dall’eccezionale Géza Röhrig, capace di lasciar trasparire la determinazione più ferrea nell’ambito di un’apparente rassegnazione) vede in quel corpicino esanime suo figlio. Comincia un altro film, inquadrato nel medesimo scenario di oscenità ripetuta. L’ostinata ricerca da parte di Saul di un rabbino in grado di celebrare un degno funerale ebraico per il ragazzino.
Analizzando Il figlio di Saul secondo canoni critici consueti scriveremmo di evidenti squilibri narrativi, di un segmento – quello appunto incentrato sulla lunga e disperata ricerca del rabbino, mentre nel campo cova la rivolta contro l’orrore – esageratamente protratto nella diegesi. Al contrario, e per ovvi motivi, il film d’esordio di Nemes (classe 1977) rifugge qualsiasi lettura critica di questo tipo. Il campo di lavoro è il non-luogo per eccellenza, la porta spalancata sull’abisso della scomparsa di ogni forma di ragionevolezza. Nessuno saprà mai se il bambino possa veramente essere il figlio di Saul. E nemmeno è importante avere la certezza di una risposta. Da un doloroso impatto fisico con la tragedia suprema dello sterminio razziale si passa nel film gradatamente ad un secondo livello di puro simbolismo mistico. Astratto ed assoluto, restando sempre ancorato ad una visione esterna – quella del regista e soggettivamente la nostra di spettatori – assolutamente laica. Il bambino è il nuovo Cristo da sacrificare sul metaforico altare della follia umana. Figlio di un Dio senza definizione specifica: ebreo, cattolico, musulmano. Saul è un padre inconsapevole di esserlo, come afferma lui stesso in un frangente del film. Il bambino non è figlio di sua moglie, ma di una donna in senso lato, indefinito. Ignoto.
Non c’è barlume di umanità ne Il figlio di Saul; siamo lontani dalla solidarietà inimmaginabile nel contesto pur aberrante narrato da Primo Levi nel fondamentale romanzo “Se questo è un uomo”. Men che meno dal catartico riscatto presente in Schindler’s List di Steven Spielberg. Ci avviciniamo più al lucidissimo nichilismo pasoliniano di Salò o le 120 giornate di Sodoma. Nello splendido, tragicamente poetico finale de Il figlio di Saul la macchina da presa si distacca fisicamente dalla persona Saul per seguire la corsa di un altro fanciullo innocente, che ha già conosciuto il male assoluto per averlo visto ed immortalato con i suoi stessi occhi. Pronto a replicarlo, ovviamente in altri ambiti e circostanze.
Un’immagine folgorante, quella del consorzio umano che si perpetua nella cecità della follia più assurda. Tutto ciò è sempre stato davanti a noi: sia nella fosca memoria del passato che nell’oscuro scrutare del presente. Opere coraggiose nella loro anti-commercialità come Il figlio di Saul non fanno altro che ricordarci questo assunto che molti, forse, danno ormai per scontato. Inevitabile semplicemente poiché parte indivisibile della nostra bestiale natura.

Daniele De Angelis

Leave A Reply

2 × 3 =