La chambre bleue

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7.0 Awesome
  • voto 7

Effetto amour fou

Non è mai facile trasporre un romanzo al cinema, un pensiero che sta diventando quasi una certezza visto che sempre più spesso i registi attingono alla letteratura. Mathieu Amalric ha scelto di aggiungersi alla schiera di registi che hanno adattato un libro di George Simenon, optando per uno dei testi che mancava all’appello, “La camera azzurra”, ma che in linea con gli altri si presta sin dalla scrittura a una visione cinematografica.
Presentato all’ultimo Festival di Cannes nella sezione “Un certain regard” e in anteprima italiana alla 32^ edizione del Torino Film Festival, La chambre bleue ci racconta la passione tra Julien (Mathieu Amalric ) ed Esther (Stéphanie Cléau), le conseguenze dell’amore fisico – e per qualcuno anche un po’ platonico – che si confondono e determinano dalle ossessioni personali, consce e non.
Una sinfonia dai toni operistici ci fa entrare nell’alcova dei due amanti, ma siamo anche nella testa di Julien, in quella scatola di ricordi che si mixa con le deposizioni al cospetto del giudice. I loro gemiti rimbombano in Julien e mancano a Esther, ma non abbandonano entrambi. Sembrerà banale dirlo, ma qui il colore della passione amorosa (con probabili declinazioni delittuose) si trasforma dal rosso al blu, presente non solo nelle pareti della stanza perché viene continuamente richiamato, ora dalle divise dei poliziotti, ora dagli abiti che gli stessi protagonisti indossano, ora da elementi scenici. In linea col gioco delle simmetrie di ambienti e di quanto un luogo possa dire dell’uomo che vi transita/lo vive, significativa è la posizione e il geometrismo della casa dove l’uomo abita con la propria famiglia – qui domina il bianco. Nel contrasto tra interno ed esterno, il senso di asfissia interiore aumenta man mano che si scava.
Le scene (Christophe Offret), i costumi (Dorothée Guiraud), la fotografia (Christophe Beaucarne) e l’opzione del 4:3 si rivelano fondamentali ai fini di concretizzare il progetto registico con cui dar corpo all’affresco della natura umana. Amalric cerca di valorizzare quest’abilità dell’autore francese con il linguaggio che ben conosce e su cui si sta mettendo sempre più in discussione, in un continuo “play” tra regia e recitazione.
Il 4:3 ci immerge nell’intimità dei due amanti, in quel luogo che dovrebbe rimanere segreto, ma che viene violato dagli occhi di chi immagina; la macchina da presa, dal canto suo, grazie al modo di inclinarla e di stare sui corpi, ci fa provare il brivido di quella pienezza fisica che Julien afferma di aver provato, ma che non riesce a ripetere per la seconda volta davanti al giudice. Amalric ci fa diventare – elegantemente – degli “spioni” del rapporto sessuale, ma non c’è mero voyeurismo, in un’alternanza di piani temporali e spaziali, esso costituisce il punto di partenza per scavare nell’animo umano.
La scrittura di Simenon pone, infatti, la lente d’ingrandimento sull’uomo incastonato in condizioni estreme, quando i comportamenti aberranti sono più evidenti e il regista di Tournée cerca di assecondare, coi mezzi cinematografici, questo modo di indagare che affonda la lama nelle ombre, senza però dirci tutto. Ne La chambre bleue il mistero c’è, ci sono ipotesi e anche condanne dei colpevoli, ma lo spettatore non sa effettivamente chi ha fatto cosa e, in questo caso, anche il nostro stesso protagonista è incapace di ricostruire ciò che è stato.
Ci preme dirvi che nella costruzione drammaturgica non manca il riferimento allo sciacallaggio mediatico e a quanto la gente possa, invece, etichettare e “godere” dell’errore altrui. L’Amalric regista, richiamando anche alcune atmosfere da amour fou, con inquadrature di dettagli di godardiana memoria, con frasi che tornano come un tormento e atmosfere che evocano anche Truffaut (l’ultimo) e Chabrol, ci porta in quella che si è rivelata la perdizione, non solo amorosa, ma anche di sé. Poi, l’Amalric attore ci mostra un uomo che risponde alle domande inquisitorie quasi meccanicamente, come se non provasse più passione né amore, come se tutto fosse stato un lampo di visione che ora non mette a fuoco, ma con conseguenze concrete nella vita vera.
«La vita è differente quando la vivi e quando poi ci ripensi su», risponde Julien al magistrato.

Maria Lucia Tangorra

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