Kiss of the Damned

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

(legami di) Sangue glamour

I tre lati del triangolo, Josephine de La Baume, Milo Ventimiglia e Roxane Mesquida, hanno vissuto insieme nella villa protagonista del film, durante il periodo di riprese. Inoltre le tre interpreti principali della pellicola – alle due già citate, va aggiunta Anna Mouglalis – sono di nazionalità e lingua francese; nella realizzazione del film, hanno quindi dovuto recitare in una lingua straniera.

Potrebbero queste sembrare due informazioni trascurabili, di secondaria importanza ai fini della comprensione del film in analisi; al contrario, ne sono elementi preziosi, perché giocano con la sintassi del genere vampirico. Dopo una carrellata veloce e nervosa di un cielo indeciso tra giorno e notte, tra luce e buio, in cui vola un uccello che sa tanto di pipistrello che “torna alla base”, la prima informazione che ci viene fornita della casa principale teatro del film – il castello di Dracula in mano a Balenciaga – è un’inquadratura dall’alto che pone le scale dell’abitazione in una ragnatela a spirale che rende bara l’obiettivo, la porzione di pavimento visibile una tomba. L’abitare nell’abitazione delle riprese non è stata quindi una mera estremizzazione del Metodo, ma una necessità linguistica.

Così come la scelta di attrici francesi in un film anglofono ha innescato, volontariamente o meno, un altro messaggio stilistico che omaggia il mito esterofilo del vampiro, che ha come madre la Universal di Bela Lugosi e Carlos Villarias. Quell’accento chiaramente non autoctono che porta ogni parola a sensualità che sposa vampirismo e romanticismo.

Ha avuto le idee chiare per il suo primo lungometraggio drammatico Xan Cassavetes, figlia d’arte come pochissime (la madre è Gena Rowlands), che in sole tre settimane ha scritto la sceneggiatura di quello che potrebbe essere uno dei vampire film più intelligenti dello scorso lustro (sebbene uscito da noi solo ora, il film è del 2012 e ha avuto regolare distribuzione l’anno successivo). L’intenzione dichiarata di guardare alle pellicole di genere degli anni sessanta e settanta, soprattutto di terra europea, potrebbe portare a una una catena, un’elucubrazione tanto cara ai critici atta a smembrare il film in questione nelle influenze perscrutabili nel film stesso: ecco che qui i soliti nomi si sprecherebbero, tra la Hammer e il Jess Franco lesbici, tra il Vicente Aranda di Un abito da sposa macchiato di sangue e l’Harry Kumel di La vestale di Satana, o il Juraj Herz di Morgiana, fino a giungere al parallelo più ovvio e immediato, quello con Jean Rollin. E – perché no? – vedendo nella satira del vampiro perfettamente inserito nella upper class dipinta dalla Cassevetes lo stesso seme che aveva portato alla nascita dei cambiati di faccia di Corrado Farina.

Ma si fallirebbe nel centrare il punto, in questa caccia al genitore putativo. Perché, nonostante il triplice omaggio a inizio film (Un’americana nella Casbah di John Cromwell, Stazione Termini di De Sica e Viridiana di Bunuel), Kiss of the Damned è un film passatista, ma non citazionista. È un oggetto alieno che ribadisce l’eleganza stilosa del cinema vampirico, che non assomiglia ai trend attuali vampire e non si avvicina agli altri esemplari sui generis: non attua la radicalità iconica di Stake Land, né può vantare il mash-up ruffianetto di A Girl Walks Home Alone At Night (rieccolo, il giochino tutto critico!). Il film trova tutta la sua forza nella caratterizzazione dei protagonisti, in bilico tra profondità – e meschinità – umana e giochi di potere sovrannaturali: l’amore tra le sorelle Djuna e Mimi (elogio particolare va alla Mesquida, che qualcuno ricorderà musa di Catherine Breillat) s’intravede nel teatro del sussurrato e degli sguardi e non nella superficie dei contrasti, che vedrebbero come buona la prima e cattiva la seconda, giocando a un gioco in cui non riescono a sottrarre sentimenti e sensazioni che non dovrebbero più appartenere ai loro corpi privi di calore. Anche l’immortalità può annoiare ed è quello che dicono le altre due figure femminili, secondarie per quantità di minutaggio ma non per intensità: Xenia, interpretata da una meravigliosa Anna Mouglalis, titaneggia nel regno del nulla e delle pulsioni ovattate e represse, ritrovando vitalità solo quando cede alla tentazione di riassaggiare il sangue, mentre Irene, la domestica di Djuna, è una Renfield osservatrice e amorale, figura continuamente fuori fuoco e presente che evoca il fuoco proprio quando può imporre sadicamente la legge del tempo alle sue padrone. Una figura che può ricordare, volendo collegarci al cinema recente, alla Kyoko di Ex_Machina.

Se difetto vistoso può essere trovato nel film, è quello del commento sonoro, la cui varietà (tra gli altri, HTRK, Chopin, Bach, Beethoven, Brigitte Fontaine, Maria Callas, Black Mountain), mai trova un’identità che non dia costantemente impressione di fuori sincrono, d’inappropriato rispetto alle immagini commentate. Uno squilibrio che non riesce nemmeno a trovare l’estemporaneo, perfetto connubio tra singola scena e musica, che avrebbe reso la prima esperienza di culto, anche se magari fine a se stessa (vedasi, nel già citato A Girl, la scena commentata da Death dei White Lies: un quadro audiovisivo di per sé, ammaliante e indimenticabile). In un film horror è un handicap non da poco.

COMMENTO ALL’EDIZIONE BLU RAY MIDNIGHT FACTORY

Il male fatto bene, slogan di lancio di Midnight Factory che incarna perfettamente la “missione” dell’etichetta, è senza dubbio descrizione indossabile anche dall’edizione home-video curata per Kiss of the Damned, i cui valori tecnici sono pienamente equiparabili alle controparti inglese e americana: BD-50 con aspect ratio 2.40:1, la qualità video supera la prova della predominanza di scene scure, esaltando perfettamente dettaglio e contrasto, mentre il 5.1 DTS-HD Master Audio (disponibile sia per l’originale inglese che per il doppiaggio italiano) avvolge l’azione con nitidezza e profondità.
Gli extra sono rappresentati, oltre che dall’immancabile trailer, da interviste ai tre protagonisti e alla regista. Rispetto alle edizioni Magnolia Pictures ed Eureka Entertainment manca il commento della Cassavetes, ma il libretto scritto dai fondatori di Nocturno, Manlio Gomarasca e Davide Pulici, ribadisce i livelli alti del prodotto.
Dulcis in fundo, se l’immagine stampata nella slipcase è sicuramente più d’effetto per un pubblico generalista in cerca di emozioni forti, la chicca è rappresentata dall’amaray, per la quale è stato scelto il disegno realizzato per il poster del film (visibile in fondo all’articolo) da Akiko Stehrenberger, illustratrice che sta ottenendo sempre più consensi, anche in campo horror (sue le locandine di due successi delle scorse stagioni, Bad Milo e It Follows). Qui, opera vincitrice dell’edizione 2013 dei SXSW Film Design Awards, lo stile ricorda dannatamente quello di una delle opere cult dell’animazione underground, quel Kanashimi no Belladonna che – grazie al restauro di Cinelicious Pics – si appresta nei prossimi mesi a fare il proprio esordio cinematografico e homevideo negli States, dopo 43 anni di santificata controcultura.
Ancora una volta, pollice in alto per Midnight Factory.

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SPECIFICHE

  • Lingue Italiano 5.1 DTS-HD Master Audio, Inglese 5.1 DTS-HD Master Audio
  • Sottotitoli italiani (sia per il film che per gli extra)
  • Intervista a Josephine de La Baume (9’50”)
  • Intervista a Milo Ventimiglia (5’17”)
  • Intervista a Roxane Mesquida (7’13”)
  • Intervista a Xan Cassavetes (7’49”)
  • Trailer (2’24”)

– Booklet con commento critico di Manlio Gomarasca e Davide Pulici, fondatori di Nocturno

Riccardo Nuziale

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