Ex_Machina

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6.0 Awesome
  • voto 6

Fattore umano

In attesa dell’uscita nelle sale nostrane il 30 luglio con Universal, Ex_Machina fa una sua prima apparizione sugli schermi italiani durante la sesta edizione del Bif&St, dove il film di Alex Garland è stato presentato nella sezione Anteprime Internazionali lo scorso 23 marzo nella splendida cornice del Teatro Petruzzelli. La pellicola ci porta diritti in un rifugio di montagna costruito nel bel mezzo del nulla. Al suo interno un genio di internet miliardario e un giovane programmatore partecipano a uno strano esperimento: testare un’intelligenza artificiale ospitata nel corpo di una bellissima ragazza robot. L’esperimento si trasforma, però, in un oscuro conflitto psicologico in cui si mette alla prova il senso di lealtà dell’uomo e della macchina.
Per il suo esordio dietro la macchina da presa, li neo regista britannico non poteva che puntare sul genere fantascientifico con il quale, nelle vesti di sceneggiatore, si è più volte misurato scrivendo film come 28 giorni dopo, Sunshine, Non lasciarmi e Dredd – La legge sono io. Scelta, dunque, inevitabile, che lo ha portato a puntare senza esitazione alcuna su una materia che ha avuto modo di esplorare ampiamente attraverso le diverse declinazioni messe a disposizione dallo Sci-Fi. Non è un caso, infatti, che nello script convergano, oltre che ai caratteri riconoscibili di un genere che ha radici ormai secolari piantate nella storia della Settima Arte, anche tutta una serie di ingredienti, registri e colori, provenienti dal thriller e dall’horror, che hanno fatto di Ex_Machina un’opera ibrida. In questo modo, Garland mescola senza soluzione di continuità elementi familiari alla massa e di riflesso già codificati, perché impressi a caratteri cubitali nell’immaginario cinematografico, al quale attinge a piene mani per costruire l’architettura del racconto e la sua messa in scena.
Proprio questo rifarsi continuamente all’immaginario rappresenta a nostro avviso un’arma a doppio taglio. Se da una parte semplifica la fruizione a qualsiasi spettatore, facilitandone l’approccio al racconto, alle sue dinamiche e ai personaggi che lo animano, dall’altra finisce, come puntualmente accade, con il perdere originalità e scivolare nella trappola della prevedibilità. Ciò diventa a conti fatti il vero tallone d’Achille di uno script che non fa altro che scomodare riferimenti e sollevare argomentazioni che non approfondirà se non superficialmente, o ancora peggio lascerà colpevolmente irrisolte. Il risultato è una saturazione che non lascerà nulla di concreto nello spettatore, nulla sul quale continuare a riflettere anche dopo la fine dei titoli di coda, quasi nulla che appassioni veramente (se non la partita a tre tra chi studia chi) e crei la suspense necessaria a pilotare e attrarre l’attenzione, nulla se non una irritante sensazione di dejà vu, conseguenza di un accumulo di cose, situazioni e temi che, invece di essere messe al servizio della storia, si specchiano in se stessi. Garland prova con qualche trucchetto del mestiere a giocare con lo spettatore al gatto e al toppo, disseminando qua e là nella timeline diversivi e accelerazioni per depistare o aumentare la tensione. Ma ogni tentativo, in tal senso, resta vano perché facilmente pronosticabile e non abbastanza supportato drammaturgicamente e narrativamente.
Si tratta di un muro oltre il quale l’opera non riesce ad andare, che ne abbassa il potenziale, influenzandone negativamente l’esito, nonostante la qualità riscontrabile nella confezione visiva e scenografica, arricchita da una colonna sonora magnetica di ottima fattura. Attori e regia svolgono il compito assegnato, ma non possono fare altro che consentire al film di restare a galla sulla linea di una striminzita sufficienza.

Francesco Del Grosso

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