Fräulein – Una fiaba d’inverno

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7.0 Awesome
  • voto 7

Il disgelo

La sensazione che lascia addosso un film come Fräulein – Una fiaba d’inverno non è di quelle che siamo abituati a provare al termine della visione di un’opera made in Italy. La sensazione è quella di essersi trovati al cospetto di un prodotto cinematografico sotto più punti di vista atipico per il panorama nostrano. Da una parte la possibilità di rivolgere lo sguardo verso un tipo di commedia raramente battuta come quella surreale, da critici definita addirittura eccentrica, dall’altra quella di imbattersi in una pellicola autoriale, ma allo stesso tempo semplice da fruire, accessibile e capace di parlare a qualsiasi potenziale spettatore.
In tal senso, la storia al centro dell’esordio di Caterina Carone e i personaggi che la animano hanno quel carattere di universalità, misto a una leggerezza e a una freschezza nella drammaturgia e nel disegno, che spalancano le porte all’immedesimazione e alla catarsi del destinatario di turno. Nella condizione esistenziale di gelo emotivo e caratteriale della protagonista Regina, affidata a una bravissima Lucia Mascino, ci si possono rispecchiare in moltissimi e non solo il pubblico femminile. Scontrosa, testarda, acida e sarcastica, dal carattere apparentemente forte, solitaria e zitella (da qui il termine fräulein), senza marito né figli, attenta a nascondere la propria femminilità e a respingere il corteggiamento dei spasimanti (il postino), la donna si trova improvvisamente a svegliarsi dal sonno criogenico nel quale era piombata quando alla porta dell’albergo chiuso che gestisce e dove abita, si presenta un misterioso turista sulla sessantina di nome Walter. Tra i due nasce qualcosa che risponde alla parola amicizia. Ma come spesso accade, prima dell’incontro tra due solitudini schiacciate dalle rispettive paure e inquietudini, c’è sempre uno scontro. Quella raccontata dalla Carone è la storia di questo incontro, attraverso le tappe di un disgelo che va in scena in una sorta di “romanzo di formazione” in età adulta, ossia un coming of age in età avanzata. Regina e Walter scoprono, attraverso un tumultuoso percorso di avvicinamento, l’importanza del dialogo e dell’ascolto, mezzi mediante i quali ogni individuo può ritrovare se stesso e riconciliarsi con il mondo. Un mondo, quello messo in quadro dalla cineasta marchigiana, che si presenta come un non-luogo montano di confine, senza coordinate spazio-temporali e popolato da figure sopra le righe. Su di esso incombe la minaccia di un fenomeno naturale straordinario, una tempesta solare che provoca continui sbalzi di corrente e blackout. Da qui, la componente surreale e pseudo sci-fi che avvolge l’intera vicenda.
Tutto ciò fa della pellicola scritta e diretta dalla pluri-premiata documentarista di Ascoli Piceno, presentata alle recenti edizioni del Bolzano Film Festival e del Festival del Cinema Europeo di Lecce prima della distribuzione nelle sale con Videa a partire dal 26 maggio, un piccolo diamante grezzo, non privo di sbavature soprattutto nel ritmo e nella concatenazione un po’ macchinosa dei raccordi, ma degno di nota per il coraggio dimostrato nell’aver portare avanti tutta una serie di scelte non facili e anticonvenzionali. Prima fra tutte quella di affidare un ruolo così diverso dal solito a Christian De Sica, qui lontano anni luce dai personaggi misogini e volgari che affollano la sua ricca filmografia. Quello del Walter Bonelli di Fräulein, uomo smarrito e infantile che trasmette tanta tenerezza, è un identikit che, diversamente da quello che gli hanno cucito addosso il pubblico e gli addetti ai lavori, sembra calzargli a pennello. Alla Carone e al produttore Carlo Cresta-Dina, quindi, va riconosciuto il merito di aver guardato oltre quella barriera pregiudiziale che in tutti questi decenni di carriera ha impedito a De Sica di misurarsi con altro che non fosse l’immancabile Cine-Panettone. Parentesi come questa, o anche l’intensa e partecipe performance drammatica offerta ne Il figlio più piccolo di Pupi Avati, dimostrano quali tipi di corde può arrivare a suonare l’attore e regista romano quando se ne presenta l’occasione. Di conseguenza, il favore è da considerarsi reciproco e, a conti fatti, ci hanno guadagnato in due.

Francesco Del Grosso

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