Jack Reacher – Punto di non ritorno

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Three is better than one

Sapore di anni ottanta, per il secondo capitolo delle avventure dell’incorruttibile ex maggiore dell’esercito Jack Reacher (il consueto Tom Cruise in versione mattatore, nelle vesti anche di produttore), di nuovo alla ribalta in Jack Reacher – Punto di non ritorno. E non tanto per il nome di colui che tiene il timone della regia, cioè il veterano Edward Zwick, attivo dietro la macchina da presa – con alterni risultati: ricordiamo almeno Glory – Uomini di gloria (1989) nel bene e Vento di passioni (1994) nel male – sin da quella fatidica decade, quanto per l’impostazione stessa che si è voluta dare al film. Il quale in teoria dovrebbe essere un thriller d’azione ma che invece finisce con il non trascurare affatto – anzi, per certi versi esaltare – le numerose parentesi intimiste.
Dopo infatti un efficace prologo in cui si ribadiscono le ferree qualità sia fisiche che morali del personaggio, peraltro ben chiare sin dal primo film, Jack Reacher – Punto di non ritorno si adagia abbastanza pigramente sui binari del solito confronto buoni versus cattivi, con la molto relativa novità che questi ultimi si annidano all’interno dell’esercito stesso, tanto da incastrare l’integerrimo maggiore Susan Turner (la bravissima e assai seducente Cobie Smulders, ottimo mix tra femminilità esteriore e determinazione interiore), l’ufficiale che appunto ha occupato l’incarico del “dimissionario” Reacher. Nello script a sei mani opera di Richard Wenk, Marshal Herskovitz e lo stesso regista – per inciso tutta gente dalla sessantina in su, anagraficamente parlando – viene abbandonata quasi immediatamente la verosimiglianza dell’intrigo per convogliare, curiosamente, l’attenzione sulle dinamiche che si vengono a creare nei rapporti tra Reacher, Turner e una sboccatissima adolescente di nome Samantha Dayton (funzionale l’inedita Danika Yarosh che la interpreta), in pericolo poiché creduta figlia dello stesso Reacher. Con un po’ di stupore si assiste dunque – tra inseguimenti e agguati che paiono semplici momenti di raccordo narrativo – all’evolversi di una strana famiglia di fatto composta alternativamente da due padri e due madri, con Reacher e Turner a ricoprire a turno i due convenzionali ruoli di educatori. Ed una ragazzina che è un puledrino di razza affatto semplice da domare. Senza mostrare alcun bacio tra Reacher e Turner la cinepresa di Zwick pare poi divertirsi un mondo a scandagliare un rapporto di coppia che sembra partorito da una commedia classica alla Frank Capra, ovviamente con tutte le rimodulazioni del caso. E finalmente, dopo l’ultimo estenuante duello con il villain di turno, vedere Tom Cruise uscire di scena sorretto dalle due donne che lo hanno accompagnato per l’intero lungometraggio un certo effetto lo crea. Evidentemente gli anni scorrono anche per l’Ethan Hunt della saga Mission Impossible nonché di molte altre pellicole tese a mettere in rilievo più le doti fisiche che quelle squisitamente recitative.
In definitiva potremmo dunque considerare Jack Reacher – Punto di non ritorno (e già il sottotitolo racconta molto di un livello simbolico occulto, a pensarci bene…) come una sorta di aggiornamento/ribaltamento dei classici Rambo (almeno dal secondo film in poi), Commando e compagnia bella, pellicole germogliate in pieno edonismo reganiano con relativa esaltazione dell’eroe maschile in un tripudio festante di reazionarismo. Qui, invece, è anche e soprattutto la componente femminile ad avere un peso determinante, a prescindere dal giudizio complessivo sul film. Fattore sufficiente, a nostro avviso, per una visione non distratta di un lungometraggio certamente di genere e in grado di soddisfare gli ammiratori ambosessi di Cruise, ma pure con qualche significativa freccia supplementare in faretra.

Daniele De Angelis

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