Intervista a Selvaggia Velo

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Finalmente maggiorenni

A poche ore dalla serata di chiusura e della premiazione della 18esima edizione del River to River Florence Indian Film Festival, l’unico e solo in Italia interamente dedicato alla cinematografia indiana, abbiamo avuto l’occasione per incontrare e intervistare la direttrice artistica e fondatrice della kermesse toscana Selvaggia Velo. Con lei abbiamo riavvolto le lancette dell’orologio per parlare della nascita della manifestazione, per fare un punto sul momento che sta attraversando la Settima Arte in India e per tracciare un bilancio di questa edizione appena conclusasi nella cornice del Cinema La Compagnia, andata in scena dal 6 all’11 dicembre 2018.

D: Dove, come e quando nasce l’idea del River to River?
Selvaggia Velo: Ho iniziato ad occuparmi di cinema indiano nel 1998, organizzando una mostra a Firenze di manifesti 6 x 3 dipinti a mano. Poi l’anno seguente per l’Estate fiorentina mi fu chiesto di invitare gli autori di quei dipinti per fare un live show e nella stessa occasione proiettammo un film indiano in VHS, ma senza particolari pretese. Da lì, ma in maniera assolutamente incosciente e naïf, iniziai a pensare alla possibilità di creare un festival vero e proprio dedicato a quella cinematografia. All’epoca ero stata solo qualche volta in India, non ero per niente un’esperta e ho dovuto studiare strada facendo, ma avevo la consapevolezza che per dare vita ad un evento simile dovevamo avere fondamentalmente tre cose, oltre ovviamente ad un budget, ossia l’appoggio dell’Ambasciata, un catalogo e almeno un ospite di richiamo. Poi guardandoci intorno ci rendemmo conto che nessuno aveva avuto la nostra stessa idea, ossia quella di organizzare fuori dall’India una kermesse interamente incentrata sulla produzione cinematografica indiana. All’inizio le persone che contattai rimasero molto sorprese e al contempo non ne capivano le reali motivazioni, ma poi cominciarono ad adoperarsi e a mettersi al servizio dell’idea per l’idea in sé li inorgogliva moltissimo. Quindi si arriva al 2001, anno della prima edizione del Festival alla quale poi ne sono seguite altre diciassette sino ad oggi che abbiamo compiuto la maggiore età.

D: In che modo componi la line-up?
Selvaggia Velo: Vado in India almeno una volta all’anno per un mese e poi a Cannes. Questi sono i due momenti principali nei quali ho l’occasione di incontrare produttori, distributori, registi e attori indiani, per fare networking e stringere partnership.

D: Cosa significa e che valore ha per te il fatto di organizzare un festival interamente dedicato ad una cinematografia come quella indiana?
Selvaggia Velo: È in primis un grande piacere, ma è anche una responsabilità e infatti quello che cerchiamo di fare al River to River è provare a mettere insieme il meglio di quello che si trova in circolazione, stando bene attenti a proporre una panoramica a 360° della produzione annuale, sia in termini di generi che di tematiche affrontate e di storie raccontate. In tal senso, si cerca di fare un discorso a tutto tondo affinché nei sei giorni del festival si restituisca sullo schermo uno squarcio di India il più variegato possibile, la cui produzione annuale è davvero sterminata. È una responsabilità perché siamo l’unico festival di cinema interamente dedicato all’India e uno tra quelli più importanti nella diffusione della cultura indiana nel nostro Paese. Il fatto che il Governo e l’Ambasciata ci sostengano lo riconosce in tal senso.

D: Quali sono le reali difficoltà di chi organizza un festival come il River to River?
Selvaggia Velo: Lo scoglio principale resta sempre il reperimento del budget perché per il resto le idee, le conoscenze da sviluppare e i contatti non mancano. Negli anni, infatti, abbiamo avuto ospiti di ogni genere e al punto in cui siamo riusciremmo ad avere qualsiasi film e star della cinematografia indiana. Se non ci riusciamo è solo per una questione economica.

D: In questi diciotto anni di festival, Firenze che piazza si è rivelata?
Selvaggia Velo: Firenze è una città piccola, ma bellissima e conosciuta in tutto il mondo. Cosa significa questo. Per quanto riguarda gli ospiti, questi hanno comunque piacere a venire a trascorre qualche giorno qui. Questo aiuta moltissimo, perché se per motivi di budget non posso garantirgli una serie di cose, l’ospite decide di venire lo stesso. Penso ad esempio alla superstar di Bollywood più acclamata al mondo, ossia l’attore Amitabh Bachchan, che abbiamo avuto ospite da noi nel 2012. Sono sicuro che ha deciso di venire al River to River quell’anno anche perché la cornice del festival era e continua ad essere una città meravigliosa come Firenze. Per quanto riguarda il pubblico c’è sempre stata una buona risposta, indipendentemente dalla location dove si è tenuta la manifestazione. Poi il fatto che nel cartellone festivaliero della città non ci siamo – se non in rari casi – sovrapposizioni di manifestazioni del settore è un ulteriore aiuto. E infine l’appoggio dell’ente regionale ci garantisce tutta una serie di cose che contribuiscono molto alla causa. Insomma, lavorare qui non è per niente male.

D: Che momento sta attraversando il cinema indiano per quanto concerne la sua diffusione oltre confine?
Selvaggia Velo: La cinematografia indiana sta facendo i conti con il fatto che i grandi Bollywood esportabili sono sempre meno per tutta una serie di motivi economici e di contenuti. Ma in generale continua ad avere difficoltà ad accedere ai grandi festival internazionali e nello specifico in competizioni ufficiali come quelle di Cannes, Berlino e Venezia, ad eccezione forse di Locarno e soprattutto Toronto dove la presenza è sicuramente più corposa. Le eccessive durate dei film, ma anche tutta una serie di elementi caratteristici gli impediscono poi di entrare in contatto con l’estero, facendo fatica soprattutto in quelle nazioni dove non sono presenti grandi comunità indiane. Ciononostante, si stanno facendo dei passi importanti per invertire la rotta, ad esempio sviluppando progetti di co-produzione come nel caso di Sir, la pellicola firmata da Rohena Gera prodotta insieme alla Francia con la quale abbiamo aperto la 18esima edizione e che uscirà nelle sale nostrane con Academy Two nella primavera del 2019. Sempre in questa edizione ci sono stati film come Mulk di Anubhav Sinha (vincitore del premio del pubblico), T for Taj Mahal di Kireet Khurana o Karwaan di Akarsh Khurana, a mio avviso molto aperti ad un pubblico non indiano. Quindi si stanno facendo dei passi in avanti sul fronte della diffusione al di fuori dei confini nazionali, con film molto più appetibili per un pubblico occidentale.

D: Perché secondo te il cinema indiano ha così tanta difficoltà ad andare oltre quello che poi è l’immaginario comune che identifica il tipico Bollywood come il solo e unico prodotto audiovisivo degno di nota?
Selvaggia Velo: L’enorme problema è lo stereotipo e l’idea sbagliata che si è venuta a creare in certi Paesi dell’Occidente, come ad esempio in Italia. In Francia, in Germania e in UK, invece, sanno benissimo che la produzione è molto variegata e non si ferma al film bollywoodiano, perché a differenza nostra da loro escono moltissime opere made in India e di generi diversi.

D: Per chiudere, ci tracci un bilancio di questa edizione appena conclusa?
Selvaggia Velo: Questa edizione, la 18esima, è stata caratterizzata da una serie di bellissimi film e la risposta positiva degli spettatori ce lo ha confermato. Non ci sono pellicole che non sono piaciute e la media voto delle schede del premio del pubblico ne è la riprova. Ci è stato riferito che per molti questa è stata una delle edizioni qualitativamente migliori. Noi cerchiamo di comporre il programma nel migliore dei modi possibili, ma dipende molto dalle pellicole che riceviamo e dagli accordi che riusciamo a stringere. Ad esempio l’anno scorso è stata un’edizione molto impegnativa, intensa e pesante per il pubblico, perché c’erano pochissime commedie e non avevamo nemmeno il Bollywood di chiusura, come invece è accaduto questa volta con Husband Material di Anurag Kashyap. Con quest’ultimo andavamo sul sicuro, ma mi piace anche andare a scovare delle chicche come ad esempio Everything is Upstream di Martin Ponferrada, un delizioso corto d’animazione che esplora i sogni di alcuni monaci buddisti, che è piaciuto moltissimo e ci ha dato grandissime soddisfazioni. Anche gli incontri e i Q&A con gli ospiti, a cominciare da Furio Colombo per finire con la star Taapsee Pannu, protagonista del film di chiusura Husband Material e del lungometraggio vincitore del premio del pubblico Mulk, sono andati benissimo. Per quanto mi riguarda il bilancio è assolutamente positivo.

Francesco Del Grosso

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