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Don’t Let the Sun

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VOTO: 7

Un sole feroce

Il filone distopico, al cinema, si è ormai da decenni conquistato una forte specificità, con propri topoi subito riconoscibili, e una certa comunanza interna, a livello generale, di ambientazioni e atmosfere. Da qualche anno, tuttavia – complice anche lo scivolamento della realtà sociale, locale e internazionale, verso cupe derive facilmente assimilabili al genere – ha iniziato a rafforzarsi un filone parallelo: quello di una distopia che spinge semplicemente un po’ più in là tensioni e idiosincrasie già ben presenti nel tessuto sociale contemporaneo. Un sottogenere che – portato al successo soprattutto dalla serie Netflix Black Mirror, focalizzata nello specifico sulla tecnologia – ha interessato cineasti di ogni latitudine, specie nel cinema indipendente. Proprio a questo filone appartiene questo Don’t Let the Sun, dramma intimista in chiave distopica che segna l’esordio nel cinema di fiction della regista svizzera Jacqueline Zünd; un’opera già presentata nel Concorso Cineasti del Presente del Festival di Locarno 2025, e successivamente passata nella 15esima edizione della rassegna Cinema Svizzero a Venezia. Un lavoro, quello di Zünd, che punta a dare un taglio più prettamente “autoriale” alla materia che tratta (una società futura in cui il riscaldamento globale è arrivato alle sue estreme conseguenze) centrando lo sguardo sul deterioramento dei rapporti umani in un siffatto contesto.
Proprio in un mondo in cui il sole è diventato un nemico, potenzialmente capace di uccidere tramite la sola esposizione ai suoi raggi, è ambientato il plot del film; questo vede protagonista Jonah (interpretato dall’attore georgiano Levan Gelbakhiani), impiegato in un’agenzia che vende ai suoi clienti relazioni affettive simulate, in una società sempre più atomizzata e costretta a vivere unicamente nelle ore notturne, riducendo al minimo indispensabile i contatti tra gli individui. Il giovane impiegato, molto ben valutato dai suoi datori di lavoro, viene assunto come “padre” simulato per Nika: la ragazzina, figlia di una madre single, è caduta preda di una forte depressione, e sembra incapace di stringere amicizie. Accolto dapprima con ostilità da Nika, Jonah riesce gradualmente a infrangere il muro di diffidenza della ragazzina; ma proprio in quel momento qualcosa, nella sua stessa esistenza e nel suo equilibrio mentale, apparentemente così inscalfibile, comincia a incrinarsi. Forse in modo definitivo.
Si ravvisa molto chiaramente, in Don’t Let the Sun, lo sguardo da documentarista di Jacqueline Zünd, la capacità di cogliere gli ambienti urbani e trasfigurarli in una luce (letteralmente) nuova; le strade deserte diurne della metropoli in cui la storia si ambienta, illuminate da una fotografia sovraesposta che ben rende la ferocia di un sole diventato potenziale latore di morte, testimoniano di un’ottima capacità di cogliere e manipolare gli ambienti, anche attraverso una loro attenta selezione: in questo senso citeremmo anche l’architettura ardita, quasi escheriana, delle scale all’esterno del condominio in cui vive il protagonista, perfetta anticamera di un’esistenza più complessa e tormentata di quanto non vorrebbe apparire. A questa desolazione urbana, così vicina e al contempo così lontana dai paesaggi metropolitani distopici che la fantascienza e l’horror ci hanno consegnato negli ultimi anni – in cui si ravvisano sempre segni di decadenza e abbandono, qui ovviamente assenti – fa da contraltare il “calore” dell’esistenza notturna, i piccoli attimi di (reale) intimità (le corse di Mika sullo skateboard, le parentesi sulla spiaggia) strappati a una socialità piegata essa stessa a simulazione, preconfezionata e programmabile.
L’idea al centro di Don’t Let the Sun, quella di una distopia che si fa metafora della rarefazione dei rapporti umani e del precipitare dei singoli verso la depressione e l’isolamento, non è del tutto nuova, al cinema: qualcosa di simile l’avevano già fatto, una decina d’anni fa, i nostri Claudio Romano ed Elisabetta L’Innocente, rispettivamente regista e co-sceneggiatrice del notevole Ananke (2015). Laddove quest’ultimo lavoro, tuttavia, metteva in risalto l’isolamento attraverso un’ambientazione rurale, tale da suggerire una forza primordiale invincibile capace di imporsi e (ri)prendersi il dominio su una società decadente, qui la decadenza è sempre in primo piano, e non prevede l’intervento di altri attori se non quello umano: questo è vero sia a livello macro (i campi lunghi sulle strade deserte, lo straniamento dei paesaggi urbani privi di vita) sia micro (i dialoghi tra i simulacri umani e i loro clienti, i disturbanti addestramenti di “desensibilizzazione” a cui si sottopongono i primi). Zünd cita anche, in modo esplicito, lo Yorgos Lanthimos di Alps, da cui mutua esplicitamente il motivo degli affetti simulati venduti a pagamento; ma lo fa procedendo in direzione opposta rispetto a quella della glacialità esibita dal regista greco, verso un’apertura e una riscoperta di un’emotività castrata e soffocata, in tutti i personaggi presenti.
In questo senso, Don’t Let the Sun si apre gradualmente dall’apparente freddezza dell’impostazione di partenza (col suo contrasto simbolico con l’elemento solare, e il suo letale calore) a un tono sempre più emotivamente pregno, che nell’ultima parte sfiora addirittura il melodramma. Lo fa scegliendo la strada più difficile, quella della rarefazione narrativa, di un approccio che, mentre induce malgrado tutto alla contemplazione (sia pure a quella della rovina di una civiltà), riduce all’osso gli eventi in sé, e gli stessi dialoghi tra i personaggi. Una scelta nel segno dell’essenzialità che non sempre resta funzionale al racconto, che specie nella parte centrale soffre di una staticità avvertibile; specie quando, parallelamente, la sceneggiatura cerca di delineare un subplot – il rapporto tra Jonah e la “fidanzata” cliente interpretata da Karidja Touré – che resta irrisolto e poco incisivo. Tuttavia, l’ultima parte del film di Jacqueline Zünd risulta centrata e decisamente forte a livello emozionale; quasi che la regista avesse messo da parte quei timori (forse indice di un malinteso senso di “autorialità”) che avevano imbrigliato oltremodo il ritmo narrativo nel resto del film. E lo stesso senso dell’evoluzione narrativa della storia (il recupero di una dimensione umana ed emozionale in un mondo che aveva fatto in modo di reprimerla) ne risulta in un certo senso rafforzato.

Marco Minniti

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