Mulk

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Nell’occhio del ciclone

Ci sono film che vanno difesi e sostenuti indipendente dal risultato o dai meriti e demeriti riscontrati sul campo e Mulk di Anubhav Sinha è uno di questi. Quelli semmai vanno presi in considerazione al momento di un’analisi critica dell’opera nel suo complesso e che, come avremo modo di approfondire più avanti, non mancheranno in entrambi i sensi. Ma prima di avventurarci nell’analisi della pellicola del cineasta indiano, presentata nel concorso della 18esima edizione del River to River Florence Indian Film Festival, va sottolineato e messo in evidenza il coraggio che la contraddistingue nell’aver deciso di affrontare di petto e senza mezze misure una serie di argomenti dal peso specifico non indifferente, la cui portata per fortuna non ha schiacciato e fagocitato i contenuti e l’involucro filmico che li ha accolti. Del resto quando si tratta di parlare di terrorismo, di accoglienza e di conflitti religiosi le reazioni possibili vanno per forza di cose in due direzioni opposte e contrarie: da una parte la condanna di massa, dall’altra l’omertà e le barricate censorie e politiche erette da coloro che preferiscono mettere a tacere il tutto per ragioni di varia natura. E se il film in questione non ha timore di dire e di mostrare, sferrando stilettate qua e la, le suddette barricate non tarderanno di certo a materializzarsi lungo il percorso distributivo. E Mulk in tal senso ne ha dovute affrontare e non poche, a cominciare da una campagna di boicottaggio on line volta a screditarne tanto la forma quanto i contenuti. Ma ciò per sua fortuna non ha stroncato sul nascere il cammino distributivo di un film che è riuscito a rompere diversi stereotipi a Bollywood, resistendo nei cinema per ben sei settimane.

Detto questo, l’ultima fatica dietro la macchina da presa di Sinha si è misurata con un magma di tematiche scomode, calde e di stretta attualità, che avrebbero fatto tremare i polsi a tanti colleghi. Con mano ferma e sangue freddo, l’autore ha attinto alla cronaca e a fatti realmente accaduti ai quali si è ispirato liberamente per portare sullo schermo un dramma familiare destinato a diventare pubblico quando la seconda sfera si abbatte rovinosamente sulla prima. Per Mulk, Sinha si è appoggiato agli schermi, ai modus operandi e all’architettura narrativa del legal movie nella sua forma più classica, che vuole le fasi processuali, con tanto di ribaltamenti a favore delle parti chiamate in causa, il motore narrativo e drammaturgico. Una struttura quella del suddetto filone ampiamente collaudata e codificata, con non pochi e ben noti precedenti illustri alle spalle in letteratura e nella Settima Arte che hanno garantito anche al film del cineasta di Allahabad le traiettorie per raccontare una storia complessa e pericolosa al pari di un campo minato.

Dopo un incipit di transizione, forse un po’ troppo corposo rispetto alle reali esigenze drammaturgiche, il film ci scaraventa in un’odissea umana dolorosa e intrigata che coinvolge musulmani e hindu in India, il cui rapporto si divide da decenni tra un passato di convivenza e un presente di pregiudizio e conflitto. Questo diventa lo sfondo nel quale si sviluppa la vicenda al centro del film, che vede una famiglia di musulmani di Varanasi finire nell’occhio del ciclone quando viene accusata di essere coinvolta nel piano di un attacco terroristico sulla città. Il quartiere si interessa alla vicenda e le persone prendono parti diverse rispetto alla famiglia, il cui avvocato è la nuora hindu. Non tutte le accuse sono infondate e quindi molto si riduce all’interpretazione degli individui in quanto membri della società, specialmente quando l’indagine fa emergere molte sorprese.

Lo scontro si consumerà in un’aula di tribunale, ma le conseguenze si faranno sentire soprattutto fuori dove i singoli componenti della famiglia protagonista dovranno fare i conti con l’opinione pubblica, con i media e con tutte quelle persone che sino a qualche giorno prima li trattava come fratelli. Mulk è la cronaca romanzata di questo “duello” che è tanto fisico quanto dialettico e che ha nel susseguirsi delle udienze la scansione temporale lineare, interrotta di tanto in tanto da brevi flashback, nella quale essa si consuma. Didascalismi nella seconda parte, qualche lungaggine ingiustificata nella prima e un pizzico di retorica di troppo soprattutto nel finale riconciliatorio e gratificante depotenzializzano l’opera, ma non la privano di tensione, di un pregevole crescendo e di un livello di coinvolgimento emotivo piuttosto elevato. Il tutto reso possibile da una serie di scene di forte impatto (dal rifiuto della salma alla sassaiola notturna, passando per l’interrogatorio di Bilal da parte dell’antiterrorismo e per la cattura e l’uccisione di Shahid) e dalle intense performance attoriali di Rishi Kapoor e Taapsee Pannu, rispettivamente nei panni di Murad Ali Mohammed e sua nuora Aarti. Da brividi, in tal senso, l’arringa finale di quest’ultima.

Francesco Del Grosso

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