Il cattivo poeta

0
8.0 Awesome
  • VOTO 8

Io ho quel che ho donato

Periodicamente il cinema italiano esce da certe strettoie e torna a pensare in grande. Possono nascere così operazioni virtuose come quella che ha portato a Il cattivo poeta, autentico miracolo sia sotto il profilo produttivo che per la sensibilità nel mettere in scena un periodo difficile e una figura ancora oggi scomoda.
Già, Gabriele D’annunzio. Uno dei più grandi letterati italiani del Novecento e discusso “autore” di una vita incredibile, inimitabile, spinta parossisticamente all’estremo, in cui pensiero e azione hanno finito per intrecciarsi vorticosamente, nei più svariati modi. Al punto di solidificarsi in quel monumento, il Vittoriale degli Italiani, che è tanto celebrazione di un personale percorso iniziatico quanto scrigno della memoria affidato con generosità al proprio popolo. “Io ho quel che ho donato“. Così disse. E chiunque abbia visitato quel luogo incantato con vista sul Garda non potrà che avere un sussulto, rivedendo tali ambienti nell’intenso, serrato lungometraggio di Gianluca Jodice, co-prodotto peraltro da un altro cineasta che in questi anni ha contribuito a spalancare nuovi orizzonti: Matteo Rovere.
Anche perché è abbastanza inusuale che il Vittoriale degli Italiani si apra a certi sguardi. Lungimirante è stata anche in questo la gestione di Giordano Bruno Guerri, che non ha messo a disposizione della troupe soltanto la “location” ma anche quei documenti, quelle tracce letterarie e storiografiche, da cui ha poi preso forma un plot tutt’altro che banale.

Come si afferma in uno dei dialoghi più illuminanti D’Annunzio era ormai per il Duce una sorta di dente malato, che si poteva estirpare o ricoprire d’oro. E le alterne vicende dei finanziamenti governativi a quell’ambizioso progetto architettonico, una questione cui si accenna più volte nel film, stanno lì a dimostrarlo.
Il Vate, tenuto prudentemente ai margini della vita politica del paese ormai da parecchio tempo, nell’eccentrica dimora ha vissuto gli ultimi anni della propria vita tra malinconie incipienti, sprezzanti critiche al nuovo corso del regime condivise occasionalmente con la propria cerchia ristretta, slanci vitalistici rivolti tanto a donne amate profondamente che a qualche occasionale amante, stati d’ansia dovuti a un logorio fisico sempre più evidente e preoccupante, “visite” interessate di scherani fascisti inviati con qualche pretesto per controllare che il dissenso non si spingesse troppo in là.
Ecco, proprio da un episodio del genere, non molto conosciuto, ha preso le mosse lo script accorto e rivelatore de Il cattivo poeta. Ne fu protagonista Giovanni Comini, giovanissimo federale di Brescia che Achille Starace aveva inviato al Vittoriale per entrare in confidenza con il poeta e fare eventualmente da spia, qualora stesse tramando contro la causa fascista.
Solo che, come testimoniano il lungo carteggio tra Comini e Starace nonché certe evidenze storiche, pare che il carisma di D’Annunzio abbia preso infine il sopravvento: costui, da sempre più vicino alla cultura francese, manifestava infatti un disappunto crescente nei confronti delle scelte di Mussolini, reo di aver rafforzato di anno in anno il proprio legame con la Germania e quindi con Hitler, da lui definito in un momento molto forte del film alla stregua di un barbaro, un “Nibelungo” per l’esattezza. E il giovane Comini vedrà quindi incrinarsi poco alla volta le proprie certezze ideologiche, al punto che terminato l’incarico verrà bruscamente messo in disparte, finendo per essere allontanato dallo stesso Partito Nazionale Fascista dopo le analoghe perplessità, da lui espresse con il monolitico Starace, sul possibile esito nefasto di tale alleanza. Superfluo sottolineare che la Storia darà poi ragione, con gli interessi, tanto al Vate che a Comini.

Il cattivo poeta si configura pertanto sia come atipico biopic che come coming of age dai tratti anomali, disturbanti, in cui è la graduale presa di coscienza del giovane Comini a balzare sempre più in primo piano.
Portare avanti sterili comparazioni con Vincere di Bellocchio è esercizio retorico che lasciamo volentieri ad altri. Sta di fatto, però, che i toni lividi e i presagi di sciagura inseriti per accumulo nella trama filmica si concretizzano alla perfezione, complice la magistrale fotografia di Daniele Ciprì. Ed anche la regia di Ganluca Jodice si rivela solida, matura. Con alcune sequenze di grande pregnanza semantica: su tutte quella in cui Starace (un Fausto Russo Alesi convincente, come gran parte del cast) risponde a Comini circumnavigando l’enorme busto del Duce posto nei suoi uffici, per mettersi poi di profilo come Benito e ribadire nell’ultima, lapidaria affermazione la cieca obbedienza al capo, da parte del gregario fedele e sostanzialmente acritico.
Le prossemiche raffinatamente studiate sono, del resto, uno dei pregi maggiori dell’opera, assieme alla valorizzazione di un ottimo impianto scenografico, in cui pochi effetti visivi intervengono a “vivificare” un’Italia del Ventennio resa un po’ calligraficamente, forse, ma con grande proprietà. Lo scrupolo filologico riposto nel dialoghi e le ottime scelte di casting hanno fatto il resto. Da un lato Sergio Castellitto, nell’impersonare D’Annunzio, ha saputo rendere con grande umanità le diverse sfumature di un personaggio complesso, intimamente tormentato, ma di animo superiore, al quale per l’occasione ha sacrificato (come in un rito misterico) persino i capelli. E non mancano certo, con lui in campo, le scene da antologia. Pensiamo ad esempio al suo approccio stanco alla balconata del Vittoriale, da cui arringherà, senza trionfalismi ma con sferzante lucidità, alcuni reduci fiumani ormai anziani giunti a fargli visita. Ancor più memorabile è la scena in cui, armeggiando con sardonica irriverenza un bastone da passeggio, fa il verso alla trivialità del Führer riproponendo in forma straniante l’arcinoto accostamento a Chaplin.
Ma la vera rivelazione del film, in quanto figura ancora poco nota sul grande schermo, è il giovane Francesco Patanè, che interpreta con senso della misura e ardore, all’occorrenza, l’inquieto federale Comini, riproducendone con grande perizia l’iniziale stupore e i successivi turbamenti. Controcampo naturale di Castellitto, la sua prova attoriale è davvero stupefacente, a dimostrazione di quanti interpreti bravi si possano trovare in Italia, se si esce dai soliti schemi e si va a pescare, per esempio, nel teatro.

Stefano Coccia

Leave A Reply

due × 1 =