Intervista a Cosimo Alemà

0

Cambio di direzione

Quale momento migliore per intervistare un artista se non quando sta vivendo una fase di profonda trasformazione legata a un rinnovato fervore creativo e a una grande voglia di sperimentare. È il caso di Cosimo Alemà, regista poliedrico e versatile, che da una pluridecennale e importantissima esperienza nel campo dei videoclip per grandi esponenti della musica nostrana e non solo ha cambiato strada e marcia per dedicarsi sempre più al cinema e alla serialità. In attesa di vederlo in azione per la quarta volta dietro la macchina da presa sulla lunga distanza, lo abbiamo incontrato alla 14esima edizione di Cortinametraggio nelle duplici vesti di regista del cortometraggio Si sospetta il movente passionale con l’aggravante dei futili motivi e di direttore artistico della sezione competitiva dedicata ai videoclip. Ed è proprio da questi che siamo partiti per rivivere insieme a lui la sua carriera sino ad oggi.

D: Che momento sta vivendo il videoclip in Italia?
Cosimo Alemà: Mi sembra un momento giusto per fare una panoramica del videoclip made in Italy, in particolare adesso che da oltre un anno non ne faccio più parte in veste di regista. Questo mi permette di vedere le cose con un po’ di lucidità in più. Per quanto riguarda i prodotti in qualche modo underground trovo che sia un buon momento. Effettivamente c’è un cambiamento in atto dal punto di vista di quello che si sta muovendo, penso ad esempio al grande successo che sta avendo in questi anni l’indie italiano. Vedo che ci sono dei fervori e dei registi che stanno approdato ora al genere facendo cose molto interessanti. Insomma, il discorso legato alla dimensione underground e delle nuove leve lo ritengo meritevole di attenzione, al contrario di quello del mondo del videoclip mainstream che per quanto mi riguarda è una vera catastrofe. A tal proposito mi permette di dire che questo rappresenta il punto più basso mai raggiunto negli ultimo trent’anni. Non è però solo un problema del videoclip ma anche della musica più in generale con il pop italiano, ad esempio, che sta attraversando un momento di crisi inconsapevole. Siamo proprio ai minimi storici a livello artistico come mai prima di adesso con una produzione così omogenea che impedisce quasi di individuare dei picchi. Suonano tutti allo stesso modo, con i dischi prodotti quasi interamente dalle stesse etichette discografiche. Dunque è un momento davvero tragico e il videoclip ne è l’immediato riflesso, con la fiera della banalità e del già visto.

D: E allora come giudichi la rosa dei videoclip mainstream che hai selezionato per il concorso della 14esima edizione di Cortinametraggio?
Cosimo Alemà: Nella selezione mainstream che ho faticosissimamente messo insieme ci sono anche video di artisti che appartengono a quel mondo ma i cui videoclip o i brani non lo sono per DNA. Faccio l’esempio di “Argentovivo” di Daniele Silvestri che, pur essendo lui un artista mainstream, non lo è il brano, non lo è il video diretto da Giorgio Testi, non lo è il testo e non lo sono nemmeno i cantanti con cui si accompagna, ossia Rancore e Manuel Agnelli. Ho provato a scattare una polaroid del mainstream italiano e devo confessare che non è stato per niente semplice riuscire a mettere in piedi una sezione di video degni di nota. Un altro esempio analogo è quello di “Paracetamolo” di Calcutta che ha raggiunto sicuramente uno status mainstream, ma né Calcutta né tantomeno Francesco Lettieri che ha diretto il video appartengono a quel mondo.

D: Cosa secondo te non deve assolutamente mancare in un videoclip?
Cosimo Alemà: Per me non deve mai mancare un’idea. Troppo spesso non ne vedo ed è per questo che sono così duro nei giudizi. Vedo tutti prodotti che vogliono somigliare a qualcos’altro e di conseguenza sono cloni o fotocopie.

D: Dei circa settecento videoclip da te diretti, quale o quali rispecchiano la tua visione?
Cosimo Alemà: Come potrai immaginare in mezzo all’enorme mole di video prodotti nell’arco di un ventennio ce ne sono molti che mi rispecchiano. Indicarne uno in particolare non è facile, ma posso dirti con tranquillità che tra i più datati c’è quello realizzato per i Verdena dal titolo “Luna”, ad oggi considerato abbastanza epocale. Mi è sempre piaciuto ed è una delle pochissime cose che ora, a distanza di circa quindici anni, è ancora vedibile e mantiene una sua integrità formale e di contenuto. Era un video anche molto crudo che fu censurato da MTV e del quale dovetti fare una versione meno strong. Poi ovviamente non posso dimenticare la decennale esperienza lavorativa con Fabri Fibra, per il quale ho realizzato ventisei videoclip, a cominciare dal suo primo video in assoluto, ossia “Applausi per Fibra”. Insieme abbiamo fatto sicuramente il percorso più interessante nella mia carriera perché lui è stato il primo artista ad avere puntato sui video, tentando di fare cose con grandissime idee dentro, spesso maturate spalla a spalla con me. Nel 2006, per esempio, abbiamo fatto “Mal di stomaco” che conteneva le immagini di un finto Tg di Sky dove si annunciava la sua morte in un incidente stradale. Ricordo che uscimmo su tutte le pagine dei quotidiani perché i giornalisti non capirono che si trattava di una fake news. Oppure nel 2008 abbiamo fatto “In Italia” con featuring di Gianna Nannini, una fotografia in bianco e nero pasoliniana molto dura su quelli che erano i mali dell’Italia di quel momento storico. Nel video c’era un playback ambientato in mezzo alle croci del Verano. Questo per dire che con Fabri abbiamo ridefinito l’immaginario dell’hip pop italiano di seconda generazione post old school, gettando i semi di quello che vediamo adesso.

D: La tua produzione cinematografica si caratterizza per un’estrema eterogeneità di stile e generi, ma c’è secondo te un filo rosso che li accomuna?
Cosimo Alemà: Sicuramente un approccio stilistico. Soprattutto negli ultimi quindici anni ho iniziato a lavorare su un’idea di racconto filmico, di linguaggio e grammatica cinematografica sui videoclip che a un certo punto ho riportato anche nelle esperienze sul grande schermo. Da un punto di vista formale c’è sicuramente un fil rouge, da quello contenutistico invece un po’ meno. Ad oggi ho realizzato tre film un po’ particolari: il primo un thriller-horror, il secondo una specie di mash-up tra western, action e noir, e il terzo che è un teen-movie commerciale. A pensarci bene in realtà qualcosa in comune anche sul versante contenutistico si può ritrovare all’interno dei tre progetti, a cominciare dal senso di oppressione, di no future e di inadeguatezza dei protagonisti rispetto al mondo che li circonda. Però credo che principalmente sia un discorso di linguaggio, con le immagini dei miei lavori che spesso sono riconoscibili e lo sono sempre state tanto nei videoclip quanto nelle pellicole cinematografiche. Ad esempio mi piace molto inserire degli elementi del reale in situazioni scritte a tavolino: ne La santa ce ne sono molti di questi casi perché quello era un progetto molto picaresco e improvvisato, nel senso che il film aveva elementi quasi documentaristici perché gli attori si muovevano in un contesto reale.

D: Che momento sta attraversando la tua carriera?
Cosimo Alemà: Adesso sto tentando di fare una virata su contenuti diversi, sto sperimentando linguaggi differenti lavorando sulla grammatica in un modo che non avevo mai fatto prima, perché da due anni mi occupo anche di serie televisive. Ad esempio il cortometraggio che ho da poco realizzato dal titolo Si sospetta il movente passionale con l’aggravante dei futili motivi rappresenta, oltre che un divertissement, una grande novità per me, vuoi per il genere, vuoi per lo stile con cui è raccontato. Questo per dire che sto attraversando un momento in cui sto raccogliendo tutto quello che ricevo da queste esperienze che sono più di mestiere che artistiche, ma che mi stanno allargando il campo visivo.

D: A tal proposito hai firmato la regia della quinta stagione di Un passo dal cielo che è lontanissimo da quanto fatto sino ad oggi. Cosa sei riuscito a portare di tuo in una serie così commerciale, popolare e riconoscibile?
Cosimo Alemà: Queste serie di tv generalista sono chiaramente dei prodotti molto più forti del regista che li gira. Si reggono su format che hanno una loro solidità di fondo e sono rivolti a un target preciso così ben strutturati, studiati, scritti e pensati che il regista in realtà difficilmente può portare dei contributi tanto diversi. Sicuramente però all’interno di questa tipologia di prodotti è possibile che una generazione di registi come me possano in qualche maniera svecchiarne l’aspetto estetico. Ad esempio in Un passo dal cielo 5 c’è un lavoro fotografico che ha fatto fare alla serie un balzo in avanti per quanto riguarda la confezione. E allo stesso tempo anche in termini di sobrietà di racconto, non a caso in questa stagione le puntate sono passate da un formato 52 minuti da telefilm con linee di racconto verticali a veri e propri film da 110 minuti. Quindi una serialità di natura orizzontale. Insomma, ci sono tante piccole cose che un regista può portare in questo tipo di progetto.

D: Nel panorama odierno come ti collochi?
Cosimo Alemà: Innanzitutto non penso di essere un autore, piuttosto mi sento un mestierante. Ovviamente ho delle idee in cui credo molto e al cinema ho difficoltà a lavorare su cose che non sono mie. Mi considero un regista che dal punto di vista cinematografico non ha ad oggi espresso granché di quello che è il suo vero potenziale e che non ha ancora fatto il film che desidera, anzi ce l’ha in cantiere ed quello che probabilmente sarà il suo prossimo lungometraggio. È la prima volta che lavoro a un progetto che mi rappresenta al 100%. Si tratta di un’opera alla quale sto lavorando da molto tempo. Non posso dire altro, ma dovrei girarla nel 2020. Al momento penso di avere fatto film quasi casuali, anche un po’ per sfuggire all’enorme smania di dovere debuttare, poi fare l’opera seconda e la terza. Volevo scrollarmi di dosso tutto questo fastidioso e pesante iter.

D: Se dovessi fare un primo bilancio, ad oggi qual è la tua più grande vittoria?
Cosimo Alemà: La vittoria banalmente è quella di essere riuscito a fare questo mestiere partendo da zero e senza essere un figlio d’arte. Ho iniziato nel campo degli effetti speciali facendo il ragazzo di bottega di Sergio Stivaletti, perché mi dava la possibilità di stare fisicamente sui set. E la soddisfazione è quella di non essermi più fermato da allora e una volta diventato regista aver potuto girato decine di migliaia di cose diverse tra spot, videoclip, serie televisive, documentari, corti, lungometraggi e anche tre film musicali. Il fatto di aver potuto lavorare all’interno del mondo che è anche la mia passione rappresenta la più grande vittoria.

Francesco Del Grosso

Leave A Reply

8 + tredici =