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Intervista a Donald D’Haene

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Parla il regista di Interpreting Erik, in concorso a Indiecinema Film Festival 2026

Abbiamo intervistato l’autore e regista di Interpreting Erik, in concorso nella sezione Documentari della quarta edizione di Indiecinema Film Festival: Donald D’Haene ci parla di come è nata la sua opera e del legame indissolubile con suo fratello Erik, scomparso pochi anni fa, che ha lasciato un vuoto nella vita di tutta la famiglia. Il film è un omaggio alla sua memoria. Verrà proiettato peraltro oggi, giovedì 23 aprile, presso il Circolo ARCI Arcobaleno di Roma, quale evento speciale che sancisce la ripresa di Indiecinema Film Festival dopo la lunga pausa invernale.

D: Per realizzare il tuo documentario, ti sei ispirato a due opere precedenti, Family Secrets e Father’s Touch; Interpreting Erik è una sintesi di queste, ma anche un omaggio a tuo fratello. Quando e perché hai deciso di girarlo? È nato come tributo a Erik, oppure avevi un’idea diversa prima della sua improvvisa scomparsa?
Donald D’Haene: Dopo la scomparsa di mio fratello Erik, sono caduto in una profonda depressione. In quel periodo ho scritto il mio secondo libro di memorie, “No Wants To Read That You’re Happy” (Nessuno vuole leggere che sei felice), 500 pagine in 9 mesi. Dopo la sua pubblicazione, un’amica ha letto il libro in un fine settimana e mi ha scritto via email dicendomi che la notte precedente aveva sognato una mostra delle opere di Erik e qualcuno che leggeva i suoi scritti. Le ho risposto che QUELLO era il mio sogno. Le ho chiesto se pensava che sarei stato in grado di realizzarlo. Così, inizialmente, è nata come una presentazione artistica. Poi ho pensato che, visto tutto il lavoro che avevo fatto, avrei dovuto filmarlo. L’idea si è poi trasformata in un documentario. Una progressione naturale. Non lascio che il fatto di non aver mai fatto qualcosa prima mi fermi. Quindi, proprio come si vede nel film, così come nella mia scrittura, i miei ricordi e le mie idee non sono lineari. Si potrebbe dire che è un “work in progress”. Non faccio mai le cose come si dovrebbe. “Si dovrebbe fare così” non è un concetto che seguo. Il mio documentario è al 100% un tributo a Erik. Difficile da credere, ma dall’idea iniziale alla realizzazione: meno di 10 mesi nel 2024.
Accumulo tutto… comprese idee, pensieri, ricordi, quindi avevo una montagna di materiale. Avevo pensato al mio film in 36 parti… ma comincio una alla volta. Le parti successive non sono definitive e le modificherei in un batter d’occhio. Una repentina improvvisazione, di qualsiasi portata, dura solo poche ore nella mia mente. La chiamo “genialità turbolenta”. È difficile avere questa mente, ma è la mia e ne sono felice.
Così ho iniziato con l’arte e gli scritti di Erik, e con le foto che avevo di lui. Sapevo di dover raccontare la storia della nostra famiglia per raccontare quella di Erik, quindi io e i miei fratelli siamo stati lo strumento per presentarla. Man mano che procedevo, ho pensato di utilizzare i due documentari/film precedenti per la mia storia. Ho chiesto il permesso e l’ho ottenuto.

D: Gli inserti illustrati, come le strisce a fumetti di Erik e altre ancora, sono bellissimi, e i vostri momenti musicali sono toccanti. Come avete montato tutto questo, dai materiali preesistenti ai disegni animati fino alle performance vocali?
Donald D’Haene: Il processo come dicevamo è stato un “work in progress”. Il lavoro migliore lo faccio nella mia mente, quando cerco di dormire. Rielaboro le idee, le visualizzo, cerco di capire cosa ha senso fare dopo. La montatrice che ho trovato era perfetta per questo processo. Tammy Heisel voleva che le fornissi via email ogni singolo momento, ogni idea, per ciascuna delle 36 parti. Dato che sono l’unica persona ad avere ogni immagine, video, dipinto e parola impressa nella memoria, la richiesta di Tammy aveva senso. Ed è stata una benedizione sotto mentite spoglie. Ho deciso ogni momento, ogni fonte, ogni flusso del film. Tammy mi diceva se era in grado di farlo; e ogni volta ci riusciva.
Quindi capisco che questo processo sia insolito per molti. Meno collaborazione e più una magica creazione delle mie idee su carta.

D: Quanto era ed è importante la musica per te e per la tua famiglia? Sia tu che Marina avete voci meravigliose, e l’elogio funebre “Amazing Grace” è davvero commovente.
Donald D’Haene: Io e mia sorella abbiamo sempre avuto quale primo amore la musica e il canto. Lo era anche per Erik. E anche nostro fratello maggiore Ronny, da piccolo, cantava. Un incidente in un oleodotto, decenni fa, ha poi cambiato il corso della sua vita.
Io sono una persona che si nutre di idee come una larva. Durante le nostre prime riprese, Marina ha cantato spontaneamente “Amazing Grace”, senza averlo programmato. Allora ho detto: “Geniale, riprenderemo questo brano più avanti nel documentario”, e così abbiamo fatto. Molti spettatori hanno commentato positivamente il nostro modo di cantare e “Amazing Grace”. Ho pensato fosse importante includere i nostri talenti individuali per mostrare che una famiglia è più della somma della sua storia, delle sue esperienze, per quanto nel nostro caso possano essere dolorose.

D: Religione: quali peccati o quale sollievo trovi in essa?
Donald D’Haene: La fede è stata ed è tuttora importantissima nelle nostre vite. Lo dico pur non avendo, al momento, una fede specifica. Rispetto la fede, non la sminuisco mai, la venero.
Nella mia famiglia non c’è spazio per l’odio o la vendetta nei confronti dei “cristiani”. Ognuno di noi, a suo modo, cerca di vivere nello spirito degli insegnamenti di Cristo.

D: Nel documentario Erik viene interpretato da due attori diversi; come li avete scelti? Come avete lavorato con loro per dare vita all’anima di vostro fratello?
Donald D’Haene: Avevo organizzato una lettura coi miei fratelli e avevo pensato all’attore locale Tyler Lionel Parr per leggere le parole di Erik. Non lo vedevo da anni, ma mi aveva servito in un ristorante della zona più di 20 anni prima e ricordavo la sua energia e la sua attenzione verso il cliente. È così che l’ho scelto. Tyler era disponibile. Poi, quando ho deciso di realizzare il documentario, sono riuscito a ingaggiarlo per un giorno. Tutte le voci fuori campo e le scene con Erik da adulto – Tyler – sono state girate/registrate in un pomeriggio.
Il giovane Erik – Tyrone Traher – è stata una splendida coincidenza. Innanzitutto, Tyrone vive nella casa accanto da 21 anni. È un cantante. L’ho sentito cantare una canzone passando davanti alla sua finestra. Ho bussato alla sua porta e gli ho chiesto se poteva cantare quella canzone e la musica per il mio documentario. Ha accettato subito. Poi, quando Tyler non era disponibile per le riprese di supporto da fare in centro, ho pensato di inserire Tyrone nel ruolo del giovane Erik. Probabilmente perché il giovane Tyrone assomiglia davvero al giovane Erik!
Entrambe le scelte si sono rivelate perfette. Spero siate d’accordo.

Michela Aloisi

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