Incontro con George Romero

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Master of Zombie (e molto altro ancora…) al Lucca Film Festival

E’ il giornalista e critico cinematografico Paolo Zelati ad introdurre la figura di George Romero durante la conferenza stampa avvenuta lo scorso 7 Aprile: il Lucca Film Festival 2016 ha l’onore di ospitare uno dei più grandi registi contemporanei, e non solo rispetto al genere horror. George Romero, ricorda Zelati, ha fatto della coerenza cinematografica e della critica socio-politica i pilastri portanti del suo cinema, ed ha finito per influenzare tutta la cultura pop successiva. Trova incredibile come il suo entusiasmo sembri essere rimasto invariato dal lontano 1968 ad oggi.
La prima domanda verte sul la concezione che il regista americano ha della morte: “(Ride) Sin da bambino sono stato allevato come un cattolico, ma ho lasciato la Chiesa da ragazzo. Fin da giovane avevo queste fantasie sulle vita dopo la morte, e forse è proprio da lì che ho maturato il mio interessa per gli zombi. Ma i miei film non trattano della morte, sono sulle persone, su esseri umani che non sanno cosa aspettarsi. Gli zombi sono una costante, e mostrano quanto noi umani siamo impreparati e non sappiamo  come integrare questa nuova realtà nella nostra vita quotidiana”.
La domanda successiva riguarda la sua sceneggiatura per L’impero dei morti viventi della Marvel,  e la sua opinione sul mondo del fumetto in generale: “Sono innamorato dei fumetti sin da piccolo, mi hanno sempre attratto. Ho alle spalle due collaborazioni in questo campo, una con la DC e questa con la Marvel che ho appena terminato: è più semplice lavorare con le loro condizioni, non sei tu a dirigere e non devi preoccuparti del budget. Però non torni a casa con la soddisfazione che senti dopo aver concluso un film: per questi due film mi sono trovato a lavorare con molte persone, e proprio quando inizi a conoscere bene uno di questi artisti, ecco che vengono sostituiti con altri. Sono comunque felice di aver avuto l’opportunità di prendere parte a queste collaborazioni, e spero di farne altre. Forse l’ultima, quella con Marvel, diventerà una show televisivo”.
Viene poi domandato al regista come si presenta, sempre ammesso che esista e che sia possibile, il collegamento tra cinema e videogame, basandosi su quei film che si servono unicamente della soggettiva del protagonista. Romero risponde che a suo modo di vedere un simile accostamento è pericoloso, “in quanto il regista ha la responsabilità di offrire un punto di vista diverso, mentre chi si cimenta nei videogames gioca meramente dal suo punto di vista, impregnato di ogni possibile pregiudizio. Non ritengo dunque possibile che i film possano essere davvero rimpiazzati dai videogiochi”.
A maggior ragione dopo la conferenza stampa di William Friedkin, è inevitabile il riferimento alla situazione politica attuale.  Viene quindi chiesto a G. Romero che cosa ne pensi di Donald Trump e se ne ha in un certo senso paura: “Mi spaventa eccome: la politica americana è oramai divenuta un circo. Ecco, direi che mi spaventa molto più il reale del sovrannaturale: vorrei conoscere un alieno, uno zombie, mentre mi spaventa a morte la realtà del terrorismo”.
Il regista viene poi sollecitato ad esprimere la sua opinione circa il rapporto di un cinema come il suo con le major: è davvero possibile continuare per quella strada rinunciando ad un’impostazione indipendente?  “Oggi come oggi è quasi impossibile fare film indipendenti, si producono solo film da budget milionari. Io ho avuto solo due esperienze con le major, e sono state le più brutte della mia carriera. E’ vero che due dei miei film sono stati distribuiti dalle major, ma la produzione è sempre stata indipendente. Sono stato fortunato ad aver incontrato un distributore per La notte dei morti viventi e per i tre film successivi, altrimenti non so se avrei avuto modo di fare film indipendenti”.
Alla domanda sulle caratteristiche zombi dell’umanità contemporanea, solitamente ritenute ben più evidenti rispetto al passato, Romero dà una risposta piuttosto inaspettata: “No, non penso sia così. Ritengo anzi che i social media e i social network amplino le possibilità di espressione, e che in questo modo gli uomini siano più svegli e vigili in confronto agli anni ’80, in cui erano mandrie che seguivano qualsiasi cosa senza alcun senso critico”.
Per quanto riguarda la maggiore importanza del messaggio o delle emozioni nel rapporto con lo spettatore, la scelta di Romero è senza esitazione: “Sicuramente mi approccio ai miei lavori ogni volta con una motivazione diversa, ma la loro chiave rimane sempre il messaggio. Non sono particolarmente bravo a promuovere i miei lavori, invece di incantare chi mi ascolta descrivendo scene, sequenze e cose di questo genere spiego subito qual è il tema sottointeso al film: individui che ripetono giorno dopo giorno la loro routine senza capire che sta accadendo attorno a loro, ma continuando ad indugiare negli stessi identici pregiudizi”.
Viene poi chiesto al regista di fare chiarezza sulla scelta di un protagonista di colore per La notte dei morti viventi e sul finale smaccatamente politico: si tratta davvero di una casualità?  “Scelsi Duane Jones semplicemente perché era l’attore migliore nel mio circolo di amici, e quando scelsi di fare questo film il discorso etico e razziale non venne preso in considerazione. L’idea era di mostrare la straordinarietà di ciò che stava accadendo fuori da quella casa, mentre le persone al suo interno continuavano ad essere bloccate nelle loro stupidità, sbraitando per chi doveva scendere giù in cantina e chi restare su, e cose di questo genere. Poi, durante un viaggio in macchina verso NY con il film già terminato e la pellicola già stampata, sentimmo alla radio dell’omicidio di Martin Luther King: fu solo a quel punto che decisi di dare al film la sua tinta politica, e molto probabilmente questa circostanza casuale ha contribuito non poco al suo successo”.                                                                                                                                                                          Viene infine chiesto a George Romero un parere sui film e le serie tv a tema zombi che passano oggi sugli schermi: hanno ancora qualcosa a che fare con i suoi? “No, non mi piacciono, e anzi mi fanno molto arrabbiare. Mi piace però la graphic novel originale che ha ispirato The Walking Dead e ho molto apprezzato la prima stagione della serie, a cui prese parte Frank Darabont: da quando lo hanno licenziato, la serie è divenuta una macchina di soldi che non bada più alla qualità. Oramai  è quasi una soap opera”.

Ginevra Ghini

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