Non abbiamo bisogno di parole
Se per riconoscere la bravura e il talento come attrice di Joséphine Japy ci sono volute poche performance davanti la macchina da presa, tra cui quella particolarmente riuscita in Respire della collega Mélanie Laurent, per scoprire quello da regista di prova ne è stata sufficiente solamente una. Con la sua opera prima dal titolo The Wonderers (Qui brille au combat), prossimamente nelle sale nostrane con Wanted Cinema dopo le proiezioni al Milano Film Fest 2026 e al Festival di Cannes 2025, ha portato sullo schermo una pellicola folgorante e di grandissima maturità, capace di toccare le corde del cuore dello spettatore con un flusso inarrestabile di emozioni cangianti al cospetto del quel è impossibile rimanere indifferenti.
Per farlo ha deciso di guardare in casa propria con un un film ispirato a un’esperienza personale, ossia la storia vera della sorella minore, Bertille, affetta dalla sindrome di Phelan-McDermid, una rara forma di autismo che le provoca dolori lancinanti e le impedisce di comunicare attraverso le parole. L’esordiente regista francese attinge a piene mani da quel vissuto trasformandolo nella materia incandescente narrativa e drammaturgica della vicenda al centro della pellicola in questione che ha come protagonista la famiglia Roussier, il cui fragile equilibrio è costruito intorno alla tredicenne Bertille (Sarah Pachoud), affetta da una grave disabilità dagli esiti incerti. I genitori Madeleine (Mélanie Laurent) e Gilles (Pierre-Yves Cardinal) e la sorella Marion (Angelina Woreth) fanno del loro meglio per affrontare i propri dubbi e le necessità della figlia minore, che potrebbe morire da un momento all’altro. Ma quando emerge una nuova diagnosi, inaspettati orizzonti si apriranno.
La Japy, che di ciò che racconta ha cognizione di causa avendolo vissuto sulla propria pelle tra le mura domestiche, scrive e dirige un film di grande umanità, con il quale riesce a evitare le sabbie mobili della facile retorica, della spettacolarizzazione del dolore e del sensazionalismo a buon mercato, che nella stragrande maggioranza dei casi accompagnano i film che parlano di disabilità. Caratteristica, questa, che condivide con il recente e pluripremiato Sorda di Eva Libertad García. Dal canto suo, The Wonderers non addolcisce mai la pillola, ma allo stesso tempo non rincara più del dovuto la dose, trovando un perfetto equilibrio tra gli estremi grazie a un approccio e un tocco delicati e al contempo incisivi. Vedi ad esempio come l’autrice, anche per merito dello straordinario gruppo di interpreti, nel quale spicca un’intensa e dolente Mélanie Laurent nel ruolo della madre, gestisce scene assai complesse come quelle delle crisi di Bertille sulla spiaggia e di notte, oppure i momenti di disagio nelle sequenze potentissime della piscina o del ristorante.
La Japy sceglie di narrare e mostrare il tutto da una prospettiva diversa da quella solita, ossia spostando il focus da quella che sulla carta sarebbe dovuta essere la protagonista, vale a dire Bertille, ai restanti membri della famiglia. L’autrice tratteggia il quotidiano di una famiglia sospesa in un limbo e afflitta dal peso della responsabilità, della colpa e dell’inadeguatezza. Sentimenti scomodi, che ogni componente affronta a suo modo: la madre vive esclusivamente in funzione della figlia disabile, la sorella si lancia in un rapporto potenzialmente tossico, il padre compensa con il lavoro. In questo modo emerge un quadro intimamente realistico della malattia e delle sue conseguenze, che passa attraverso le reazioni maturate nel tempo dai singoli. Scelta, questa, che a nostro avviso rappresenta il vero punto di forza dell’opera, ciò che le permette di alzare l’asticella, staccarsi dalle altre sul tema e trovare la sua ragione di essere ed esistere.
Francesco Del Grosso









