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Camino a La Paz

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VOTO: 6.5

Un viaggio tutto in discesa

E’ indubbiamente un road movie sui generis Camino a la Paz di Francisco Varone, tra i lungometraggi in concorso per questa edizione del Lucca Film Festival. La storia che racconta è quella dell’argentino Sebastiàn (Rodrigo de la Serna), il quale ha appena comprato casa assieme alla sua compagna (Elisa Carricajo), ma già da quando i due sono impegnati a rassettare la loro nuova abitazione cominciano a ricevere telefonate da persone che pretendono di parlare con un autonoleggio: considerata la loro difficile situazione economica, Sebastiàn decide di approfittarne e di camuffare da taxi l’automobile già cara a suo padre. Sarà durante un trasporto serale che Sebastiàn farà la conoscenza di Khalil (Ernesto Suarez), un anziano musulmano la cui personalità forte e scontrosa collima sin da subito con quella altrettanto spigolosa dell’autista. Eppure Sebastiàn deve aver ispirato fiducia al suo cliente, se questo esigerà sia proprio lui a condurlo fino a La Paz dal fratello malato, con il quale poi proseguirà il suo pellegrinaggio fino a La Mecca. Inizialmente restio ad accettare la proposta (si tratta pur sempre di 6000 km di strada), in seguito all’inaspettato licenziamento della compagna, Sebastiàn acconsente ad intraprendere il lungo viaggio, che si rivelerà tanto istruttivo quanto problematico e zeppo di contrattempi.
Parte bene l’ultima fatica di Francisco Varone: attingendo sapientemente dall’estetica Sundance riesce a trasmettere un’impressione di semplicità senza affettazione, grazie ad un montaggio pulito e ad una fotografia dalle tinte cromatiche delicate e che non cede mai il passo a ricercatezze sterili. Anche i personaggi, tra i quali spicca in tutto il suo realismo quello di Khalil, sono al contempo interessanti e credibili, e l’imprevedibile avventura da loro intrapresa cattura sin dalle prime mosse. E se le continue soste richieste da Khalil per esigenze fisiologiche divertono il pubblico, quelle imposte per motivazioni religiose affascinano lo spettatore occidentale, divenendo un forte motivo d’interesse della pellicola. Anche i riti e le cerimonie musulmane a cui assiste (e partecipa) Sebastiàn durante una sosta, per quanto rappresentati non senza gli usuali stereotipi, conservano un barlume di autenticità che preserva il loro carattere informativo.
Ma mano a mano che il viaggio prosegue si avverte la mancanza di idee in grado di mantenere desta l’attenzione di chi guarda, così che il rapporto tra i due compagni di viaggio e gli imprevisti di entità sempre maggiore finiscono per risultare artificiosi e quindi noiosi: è davvero poco credibile la scena in cui Khalil tenta di convertire alla religione musulmana un tentennante Sebastiàn, e quello che dovrebbe essere il colpo di scena più spiazzante dell’intero itinerario arriva senza che riesca a generare le reazioni che vorrebbe. Anche i minuti finali di Camino a la Paz fanno pensare ad una certa frettolosità nell’elaborazione del finale, riconfermando una volta per tutte il meta-viaggio tutto in discesa compiuto da questa altrimenti intrigante pellicola.

Ginevra Ghini

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