In memoria di Federico Salsano

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L’autore de “Il metodo Kempinsky” ci ha lasciati all’improvviso

Poche sere fa, la doccia gelata: da alcuni post sui social abbiamo appreso, con infinito rammarico, che un regista a noi molto caro ci aveva lasciato, quasi in punta di piedi. Un malore improvviso, pare. E stando ad alcuni suoi amici di Milano potrebbe essere stato un infarto.
Ma della scomparsa, assurda e ancora poco chiara nelle dinamiche, di un regista come Federico Salsano, non si trova traccia nei notiziari e nelle riviste di cinema. Perché Federico non era un cineasta famoso. Ma chiunque abbia visto il sorprendente, coraggioso lungometraggio che ce l’ha fatto conoscere, Il metodo Kempinsky, sarà d’accordo sul fatto che la sua opera così autarchica, genuina e profonda avrebbe meritato maggior attenzione, rispetto a tante monocordi produzioni “mainstream“…

Poche righe non bastano certo a rendere il senso più intimo di un’esperienza artistica, figuriamoci la complessità di una vita. Per giunta noi stessi prima di imbatterci nell’immensa libertà espressiva e di pensiero riscontrabile nel suo film, sapevamo ben poco di Federico. Qualche data base più aggiornato di altri ce lo ricorda nelle vesti di direttore della fotografia, per documentari di un certo rilievo come Dall’altra parte della luna (2007), firmato da Dario Migianu Baldi e Davide Marengo, o come il più datato ma elogiatissimo The Weather Underground (2002) di Sam Green e Bill Siegel, produzione statunitense (con tanto di candidatura all’Oscar). Già, la fotografia. E la musica. I due assi cartesiani di una poetica che si sarebbe poi espressa dando un valore tanto personale al viaggio, all’ascolto, alla contemplazione non indifferente di una realtà mai vissuta in modo asettico.

Ma come dicevamo all’inizio, è stato questo suo approdo alla regia, per certi versi tardivo (già, chissà quanto altro avrebbe potuto produrre un’immaginazione così aperta, se si fosse dato credito prima al suo estro), a sedurci dal primo all’ultimo fotogramma. Il Metodo Kempinsky. Un viaggio in barca attraverso l’oceano. Un viaggio sia fisico che mentale, compiuto assieme al sodale Lele Panzeri, presenza fortemente iconica che ha saputo rifinire il mood dell’opera accentuandone la vocazione ironica, speculativa, tagliente.
Con l’ombra degli amatissimi Rolling Stones ad assicurare un timbro altrettanto forte, in direzione di un’irriverenza e di uno spirito vitale, col quale (forse ce ne siamo accorti di più, proprio in occasione di questo triste evento) entravano in rotta di collisione, spesso e volentieri, pensieri neri, lividi, cupi, tali da ricordare certo esistenzialismo novecentesco.

Su CineClandestino questo originale road movie sull’acqua era stato amato da gran parte della redazione, a partire da Massimo Brigandì che ne scrisse anche, in questi termini: “Un viaggio a metà tra l’onirico e la riflessione profonda su sé stessi. Un lungo flusso esistenziale che porta il navigatore protagonista (Lele Panzeri) prima per mare e poi, nudo e stralunato, in giro per le strade di Cuba a chiedere, senza mai ottenere risposta, “dove devo andare?”. L’isola caraibica non è mai citata, la sua identità solo intuita e, tutto sommato, poco importante perché in fin dei conti essa rappresenta semplicemente il turbinio caotico e coloratissimo che è la vita. L’intero film è anzi una costante metafora sul senso (o non senso) della vita, sulla fugacità dell’esistenza stessa, sull’impossibilità di capirne il vero e ultimo significato e sulla necessità comunque di viverla il più intensamente possibile. E il più liberamente possibile. In fondo, l’oceano affrontato durante la prima parte de Il Metodo Kempinsky rappresenta proprio la libertà (un accostamento antico) ma anche, con la sua immensità, un continuo pericolo in cui avventurarsi, un bellissimo e temibile ambiente in cui, come si trova a dire il navigante, “non si sa dove ci si trova di preciso”. A farci da narratore è in realtà la malinconica e ormai disincantata voce fuori campo che, interprete dei pensieri dell’anonimo navigante (“non ho nome e neanche una foto sul passaporto”), riflette sui momenti passati che scivolano via sul palcoscenico della grande truffa che pare essere il mondo. L’infanzia, le prime pulsioni sessuali, la ribellione, il Creatore e la morte.”

Ecco, la morte poi è arrivata sul serio. Ma non può portarsi via quel ricordo di Federico Salsano, che vogliamo conservare intatto, un ricordo legato tanto alla sua opera che al carattere magari spigoloso, almeno a tratti, dotato però di una giocosità e di impulsi generosi che uscivano fuori alla distanza. Ce ne eravamo resi conto, anche grazie a qualche pepata conversazione, quando il film in cui ha finito per racchiudere il suo testamento poetico è approdato, in concorso, al nostro Indiecinema Film Festival. E il sottoscritto, in qualità di Direttore Artistico dello stesso, non può che ringraziare per l’ennesima volta la sensibilità di una giuria, che dell’unicità di Federico Salsano aveva compreso molto, al punto di tributargli un piccolo ma significativo riconoscimento.

Una delle Menzioni Speciali del Concorso Lungometraggi era andata infatti a Il Metodo Kempinsky, “per la modalità fascinatoria delle immagini, l’originalità delle metafore e un’inclinazione impressionista.
Libero anarchico senza coordinate.

Libertà che aveva conquistato proprio tutti, nel corso del festival, dai selezionatori ai giurati. Una libertà che ci mancherà. Ciao, Federico, ci sarebbe piaciuto viaggiare ancora un po’ assieme a te. Con la linguaccia dei Rolling Stones al posto del vessillo delle navi pirata.

Stefano Coccia

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