Il Metodo Kempinsky

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Viaggio onirico alla ricerca del senso della vita

Un viaggio a metà tra l’onirico e la riflessione profonda su sé stessi. Un lungo flusso esistenziale che porta il navigatore protagonista (Lele Panzeri) prima per mare e poi, nudo e stralunato, in giro per le strade di Cuba a chiedere, senza mai ottenere risposta, “dove devo andare?”. L’isola caraibica non è mai citata, la sua identità solo intuita e, tutto sommato, poco importante perché in fin dei conti essa rappresenta semplicemente il turbinio caotico e coloratissimo che è la vita. L’intero film è anzi una costante metafora sul senso (o non senso) della vita, sulla fugacità dell’esistenza stessa, sull’impossibilità di capirne il vero e ultimo significato e sulla necessità comunque di viverla il più intensamente possibile. E il più liberamente possibile. In fondo, l’oceano affrontato durante la prima parte de Il Metodo Kempinsky rappresenta proprio la libertà (un accostamento antico) ma anche, con la sua immensità, un continuo pericolo in cui avventurarsi, un bellissimo e temibile ambiente in cui, come si trova a dire il navigante, “non si sa dove ci si trova di preciso”. A farci da narratore è in realtà la malinconica e ormai disincantata voce fuori campo che, interprete dei pensieri dell’anonimo navigante (“non ho nome e neanche una foto sul passaporto”), riflette sui momenti passati che scivolano via sul palcoscenico della grande truffa che pare essere il mondo. L’infanzia, le prime pulsioni sessuali, la ribellione, il Creatore e la morte. L’idea di osservare i propri compagni di bordo, e cioè la personificazione del viaggiatore stesso in altri momenti della sua vita, senza più riconoscerli pienamente, è un indizio del profondo cambiamento che si affronta negli anni. Poche cose, infatti, resistono e ci accompagnano costantemente come riesce a fare, nel nostro caso, la musica dei Rolling Stones e il testo di “Jumping Jack Flash“, che sottolinea più volte i passaggi narrativi. E se tutto il film fosse solo un lento, finale e mesto ripercorrere le tappe della propria esistenza, un nastro riavvolto e rivisto nel momento lugubre del trapasso?
Federico Salsano è regista, sceneggiatore e anche (visti i suoi trascorsi pubblicitari) curatore della notevole fotografia di un film sperimentale ed astratto che, con merito, ha già raccolto alcuni premi nel suo tour festivaliero in giro per il mondo. C’è ovviamente, in un’opera come questa, un deciso tocco autobiografico ma, come lo stesso Salsano ha raccontato, alcune delle riflessioni del misterioso navigante sono state suggerite dall’attore Panzeri e poi, riviste e sceneggiate, inserite nel racconto. Un tentativo, insomma, di non essere solo autoreferenziale, di ricercare invece un più ampio respiro autoriale. Un viaggio che si svolge dunque sullo schermo e, contemporaneamente, all’interno dell’animo di ogni spettatore che si confronta con questioni e domande che prima o poi toccano chiunque. Alcuni monologhi sono più originali, rimangono maggiormente impressi, altri lo sono meno, avendo quell’aria da scrittore maledetto i cui stilemi e concetti espressi hanno un che di già sentito. Certamente a colpire di più è il pensiero onnipresente della morte, della fine inevitabile, di come la nostra cenere sia tutto quello che realmente lasciamo di noi su questo pianeta e di come essa, in breve tempo, venga comunque spazzata via. La menzogna e l’inganno, simboleggiati non a caso da un misterioso e onnipresente contenitore che ha le sembianze di Pinocchio, sono sempre in agguato. Le nostre esperienze più intense, come i nostri ricordi più vividi, finiscono inevitabilmente sepolte tra i marmi dei cimiteri tra cui si trova ad aggirarsi spaesato il protagonista e, poco a poco, sono dimenticate. Se è possibile riuscire a lasciare qualcosa in più, dopo il nostro lungo peregrinare per i mari del vivere, non è ci è dato saperlo.

Massimo Brigandì

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