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C’era una volta a…Hollywood

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VOTO: 8

Una vita spericolata come quella di Steve McQueen

Undicesimo film per l’enfant terrible Quentin Tarantino, Once Upon a Time in…Hollywood (nella titolazione italiana C’era una volta a…Hollywood), approdato ancora una volta a Cannes, e già segnalatosi per la sua raccomandazione cinefila a spettatori e critici presenti all’anteprima festivaliera del film, di non fare spoiler. Il regista affronta la sua opera più ambiziosa, insieme a quella di Bastardi senza gloria: affrontare il male, mettere il dito nella piaga nelle tragedie della storia, con gli strumenti del cinema, quel cinema artigianale, di serie B, di cui l’ex-commesso di un videonoleggio di Los Angeles è sempre stato un grandissimo divoratore, e che ha nobilitato con il suo cinema postmoderno. L’impresa sembra una dissacrazione fin troppo esibita. Come conciliare una forma d’arte popolare prodotta all’insegna del disimpegno, incentrata sugli effettacci gratuiti, e la rappresentazione dello splatter vero, di episodi davvero cruenti accaduti realmente. Con Once Upon a Time in… Hollywood, Tarantino da un lato si occupa del mondo del cinema americano, quello della fine degli anni Sessanta, che sfornava western e film di arti marziali a ripetizione, quello che era in crisi cui cercava di rilanciarsi con i double feature nei drive in, e che forniva manovalanza ai telefilm del piccolo schermo, Bonanza, La grande vallata, The FBI, Batman con le onomatopee scritte sullo schermo, e via dicendo, oppure agli spaghetti western italiani. Il male che invece ora affronta il regista, dopo il nazismo, Hitler e Goebbels, lo sterminio degli ebrei del film precedente, è strettamente connesso al mondo del cinema. Si tratta degli efferati omicidi Tate-LaBianca che sconvolsero il mondo dorato di Bel Air e l’opinione pubblica. Comunque un ritratto d’epoca, di una ‘swinging Hollywood’ che Tarantino svolge con diligenza rievocando quei look a capelloni e basettoni alla Robert Redford e Steve McQueen. Perfettamente incarnati nei personaggi di Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), attore di genere e Cliff Booth (Brad Pitt), il suo stuntman. E poi quel lusso delle macchine sportive ma anche gli hippie in una degenerazione come quella della Manson Family. E quella colonna sonora di una generazione che passa per California Dreamin’ e Mrs. Robertson.

La cinefilia di Tarantino fa un salto di livello, mescolando personaggi reali, come Bruce Lee o Sharon Tate e Roman Polanski, con personaggi di finzione, film inventati ma dai titoli nel perfetto stile del genere. E alla citazione diretta passa al metacinema, al mettere in scena la produzione e i set dei film.  Quel cinema viene ora riabilitato e fatto avanzare dalla serie B alla A. Ma il cinema per Tarantino arriva molto più in là, assumendo il potere salvifico di esorcizzare, reinventare e cambiare la storia, nei suoi fatti più efferati, convertendoli nei parossismi slasher di puro Tarantino. Il cinema in grado di far uccidere Hitler e Goebbels da degli ebrei, di liberare gli schiavi neri, oppure…

Giampiero Raganelli

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